Da meno di un mese, la Corona ferrea posava sul capo di Carlo V, nominato re d’Italia il 24 febbraio 1530 a Bologna, dopo la pace tra il Sacro Romano Impero e la Francia. Francesco II Sforza era da poco tornato a essere il Duca di Milano, dopo 21 lunghi anni di esilio. Nessuno si stupì quindi quando chiese e ottenne dal Santo padre che Vigevano diventasse sede vescovile. Era il 16 marzo 1530 quando Clemente VII, con la bolla “Pro excellenti praeminentia Sedis apostolicae”, istituì la neonata diocesi di Vigevano: un territorio che oggi, quasi 496 anni dopo, è molto diverso da come si presentava ai suoi albori.
PERGAMENE Per accedere all’archivio diocesano si passa da un’elegante loggia al secondo piano del Palazzo Vescovile. A lasciar correre un po’ la fantasia ci si sente un po’ Indiana Jones: non la sua versione più avventurosa, con frusta e cappello, ma quella più pacata del professore universitario alla ricerca di un antico segreto. Ed è in effetti in una tesi di laurea qui conservata, redatta dal sacerdote don Carlo Brivio “Le pergamene della Diocesi di Vigevano”, che si possono cominciare a trovare alcuni elementi per scoprirne la storia attraverso lo studio delle sue “cartapecore”, dalle più antiche (risalenti al secolo XVI) fino alle ultime, datate 1888. Una storia fatta di grandi eventi, ma innanzitutto una storia di persone. Del 16 marzo 1530 è la prima pergamena, quella in cui Clemente VII, affinchè la neo nominata cattedrale di S. Ambrogio «non sia esposta a una lunga vacanza», nomina il primo vescovo di Vigevano, «il chierico e notaio della Diocesi di Pavia Galeazzo Pietra». Già nel 1533 si comincia a litigare per questioni economiche, col Papa che il 25 aprile interviene per dirimere lo «scandalo» di alcuni canonici che percepivano redditi e prebende pur essendo assenti; uno statuto da far rispettare, si legge in una seconda pergamena, «se fosse necessario anche con l’ausilio del braccio secolare». Un documento dell’anno successivo stila uno sterminato e dettagliatissimo elenco di «paramenti, argenterie e beni» che il duca di Milano dona alla cattedrale di Vigevano, mentre il 14 dicembre 1535, con una pergamena firmata dal notaio Giovanni Pietro Bernadigrus di Milano, torna a tenere banco la questione dei canonici non residenti, contro cui vengono disposte «pene progressive fino alla scomunica e se ciò non bastasse» persino «l’incarcerazione e la confisca di tutti i loro beni». Nel 1545 con una bolla direttamente da Worms, Germania, la Diocesi torna a godere le rendite della Sforzesca su concessione dell’imperatore Carlo V.
FEBBRI E RINUNCE A Galeazzo, morto novantenne nel 1552, succede come vescovo di Vigevano il nipote Maurizio Pietra, che nei suoi oltre vent’anni di episcopato non fu da meno dell’anziano zio come lascito ai posteri: partecipò al Concilio di Trento, indisse il primo sinodo diocesano e soprattutto fondò il primo seminario nel 1566. Dei 38 vescovi (più vari tra amministratori, ausiliari e “non confermati”) che hanno guidato la Diocesi nei suoi quasi 500 anni di storia molti lasciarono un segno indelebile (un nome su tutti: Caramuel), altri furono meno “appariscenti”, altri ancora non fecero tempo a incidere. L’episcopato dello spagnolo Giovanni Guttierez durò pochi mesi, dal giugno 1648 al marzo 1649, quando morì per una grave malattia; il suo successore Stefano Donghio manco fece in tempo ad arrivare a Vigevano che fu costretto a lasciare per ricoprire il ruolo di legato pontificio in Emilia; nel 1755 Francesco Agostino Della Chiesa fece solenne ingresso come vescovo il 25 aprile, ma già l’11 agosto si piangeva la sua scomparsa, a soli 37 anni, per un malore. Peculiare la vicenda di Nicola Zaverio Gambone, che guidò la diocesi tra il 1806 e il 1807 ma non fu mai annoverato tra i vescovi di Vigevano: la sua nomina, emessa da Napoleone, non fu mai confermata da Roma.
Alessio Facciolo


