San Giorgio Lomellina è un mondo piccolo, che sarebbe piaciuto a Giovannino Guareschi, il “papà” di don Camillo.
IL MONDO È PICCOLO Appena scendo dal pullman mi dirigo al Bar Centrale e chi ti trovo seduta fuori al tavolino? La mia amica Claudia Gagliardo, che ho conosciuto a Mede e che mi rivela essere la pronipote di Renzo Filiberti, il soldato sangiorgese le cui spoglie sono tornate a casa nel 2025 da un campo di concentramento polacco. Il tutto grazie a un gran lavoro di ricerca della biblioteca comunale, e a un drone aereo che aveva individuato il luogo della sepoltura. Uno sguardo dal cielo, insomma. Come quello del falchetto che sul campanile del paese (il più alto della Lomellina) tiene lontani i piccioni dai tetti, e tutto vede da lassù. Una leggenda, forse, come quella del misterioso ladro di profumi da bagno che il padre di una barista avrebbe minacciato con la legge del taglione in un messaggio lasciato nella toilette del locale: «Se scopro chi sei, ti taglio le mani. E io sono uno che le promesse le mantiene».
IL FALCHETTO Da lassù vede tutto, il falchetto: anche il sindaco Giovanni Bellomo (classe ”53, al suo secondo mandato) che arriva davanti al municipio in scooter. «Il mio paesello mi rallegra – dichiara – provo affetto per tutti. Questa settimana al mercato del giovedì c’erano più bancarelle del solito, ma un piccolo supermercato non guasterebbe. Per il resto come sicurezza siamo tranquilli, abbiamo anche la caserma dei carabinieri. Vorrei solo che ci fosse più senso civico per le strade, anche ieri ho ripulito io i marciapiedi». In chiesa don Mirko Montagnoli celebra il Sacro Cuore davanti a una dozzina di signore: «Vorrei vedere più giovani — dice nell’omelia — riavvicinarsi ai sacramenti». Intanto lui è riusciito a portare in paese Cristina D’Avena per un concerto che ogni anno unisce grandi e piccoli. Torno al Bar Centrale e faccio la conoscenza del Cito (al secolo Pier Giacinto), lo storico proprietario dell’immobile: un personaggio da romanzo, che passa quasi tutta la giornata in casa, tra sigarette, caffè della macchinetta e tv. Al mattino, dopo le otto, scende al bar e fa colazione con una brioche appena sfornata, leggendo la Gazzetta dello Sport. «Alla festa di leva del 1963 – racconta – l’Ente nazionale risi ospitò Giorgio Gaber. Fu un evento storico».
L’ENTE RISI Adesso è tutto chiuso e pieno di erbacce, ma Martin Grandi, un ragazzo che viene da Bologna e ha girato mezzo mondo, mi racconta di aver contribuito a dargli una ripulita.
Sono qui da qualche mese e ho trovato subito lavoro. Anzi, devo andare: sono venuti a prendermi.
Sulla statale che attraversa il centro c’è un gran traffico, stanno anche mettendo la fibra, e la gente è contenta. Gente che lavora, e dall’alto il falchetto li vede tutti. Chissà, forse sa anche chi è il misterioso ladro di profumi da bagno. È un mondo piccolo, ma visto da lassù sembrerà enorme.
Il personaggio / Tina, custode dell’antico dialetto
Tina Autelli, la perpetua del parroco, è un mondo a parte. Custode dell’antico dialetto sangiorgese, è stata definita un “monumento linguistico” dal professor Angiolino Stella, a suo tempo rettore dell’Università di Pavia, che quando la sentì parlare restò per un momento sbigottito.
Nessuno – esclamò l’illustre docente – parla più questo dialetto. Da dove vengono queste inflessioni così strane?.
Tanto per fare un esempio, “galèna” al posto di “galìna”. E poi parole derivanti dallo spagnolo, come “tormenta” (tempesta), e dal francese , come “giambon” (prosciutto). «I miei genitori e i miei nonni – spiega lei aggiustandosi i bottoni del cardigan celeste – parlavano così. Tra l’altro ho sposato un sangiorgino “doc” e non sono mai uscita dalla mia terra, che era abitata dai celti-liguri e dai cimbri. Questo spiega certe inflessioni nel dialetto. Ma devono farmi la foto così, che son tutta ingualà?». Non si preoccupi, signora Tina: la sua è un’eleganza innata.
In farmacia un divanetto per fare due chiacchiere
Nella farmacia in fianco al palazzo municipale, davanti al bancone con la cassa c’è un divanetto in pelle rossa a due posti. Ideale per aspettare quando c’è la fila dei clienti, ottimo anche per scambiare due parole quando c’è poca gente. «Qui nei piccoli paesi – spiega il dottor Maurizio Biscaldi, che gestisce l’attività insieme alla sorella Silvia – conosci le persone e i loro problemi, le esigenze; ma anche le loro storie, cosa che in una grande città come Milano sarebbe impossibile, perché tutti vanno di fretta e sono di passaggio. Da noi ti siedi sul sofà e scambi qualche parola. Ovviamente siamo qui innanzitutto per spiegare come si usano i medicinali e per dare consigli,
ma visto che siamo in un posto piccolo ci conosciamo tutti ed è naturale fermarsi a fare quattro chiacchiere, soprattutto con le persone anziane che spesso sono sole e non hanno nessuno con cui parlare.
La biblioteca delle ricerche “impossibili“
«I sangiorgesi sono quelli con la corda in tasca». Parola di Adriana Vicini, ex insegnante elementare, tra i collaboratori della biblioteca comunale diretta da Claudia Rolandi. «Abbiamo fama di essere tirchi – spiega Adriana Vicini – e di avere una corda che tiriamo per chiudere le tasche dei pantaloni. In realtà pare che la corda sia quella che i sangiorgesi si portavano dietro per legare a una zampa il maialino quando andavano al mercato».
Al dialetto e alla storia locale la biblioteca ha dedicato diversi libri, tra cui il dizionario italiano-sangiorgese “Micch’ as dise?”, la raccolta di leggende, proverbi e ricette “Cuj dla còrde in sacòce”, e il volume “Quota 100” sui concittadini caduti nella Grande guerra. E per la festa patronale la mostra “I nostri partigiani”, che ha portato alla luce la figura di don Mario Muzzani, tenente cappellano della Brigata Fachiro – Fratelli Di Dio, intitolata ai palermitani Alfredo e Antonio Di Dio, morti in Val d’Ossola. Nel dopoguerra don Mario, oltre all’impegno sacerdotale svolto nella chiesa di Campalestro, fu insegnante di materie letterarie nella scuola media di San Giorgio e di Lomello. Morì il 15 giugno 1994, e i suoi numerosi scolari ancora oggi lo ricordano con affetto, rievocando in particolare le sue lezioni di storia.
Non bisogna poi dimenticare l’aiuto dato dalla popolazione sangiorgese a Moses e Reizel Schaffer, un’anziana coppia ebrea che durante la seconda guerra mondiale evitò provvidenzialmente i campi di sterminio e al termine del conflitto partì per Israele. Lo staff della biblioteca ha ricostruito la loro storia, custodita nella memoria collettiva insieme a innumerevoli altre: dalla donna che parlava coi cartelli stradali, al miliardario eccentrico Carlèn Francisca che girava con carrettino e forcone, al parroco don Mirko Montagnoli amico della cantante Cristina D’Avena, alle streghe che di notte si trasformano in gatti, a un ipotetico passaggio segreto sotterraneo collegato a Mortara. Storie sospese tra verità e leggenda, che fanno di San Giorgio un luogo affascinante e misterioso.
Davide Zardo






