Osservatorio 03-04 / La pace ha le mani sporche

Pace a voi. È il primo dono del Risorto. Ma non è un dono ingenuo, né superficiale. La Pasqua — come ogni autentica festa cristiana — porta inscritta nel suo DNA questa parola: pace. Una parola che oggi risuona con urgenza nuova, quasi drammatica.

E tuttavia, proprio mentre la invochiamo, siamo chiamati a comprenderne il volto più vero. Quello meno scontato. La pace che Cristo consegna ai suoi non nasce dall’assenza del conflitto. Non è l’illusione che il male non esista. Al contrario: scaturisce da uno scontro, da una battaglia decisiva. Lo canta la liturgia pasquale: “Mors et vita duello conflixere mirando: dux vitae mortuus, regnat vivus.” “La morte e la vita si sono affrontate in un prodigioso duello: il Signore della vita era morto, ma ora regna vivo.” È dentro questo duello che nasce la pace cristiana. Non come tregua fragile, ma come vittoria. Non come rimozione del male, ma come sua sconfitta. La veglia pasquale lo racconta con una forza che non ha bisogno di spiegazioni: la chiesa immersa nel buio, le tenebre che sembrano vincere, e poi una luce fragile — il cero pasquale — che si accende, cresce, si diffonde. Lentamente, ma inesorabilmente. È il segno di un Dio che non resta fuori dal dramma umano. Vi entra. Fino in fondo. Si immerge nelle tenebre, si lascia inghiottire dalla morte — e la distrugge dall’interno, come dicevano i Padri della Chiesa. Ecco allora la verità esigente della Pasqua: la pace che Cristo porta è una pace che nasce guardando il male in faccia. Non lo nega. Non lo aggira. Non lo maschera. Lo attraversa. E lo vince. Per questo la Pasqua è anche un invito alla lotta. Non una lotta violenta, ma una battaglia reale, quotidiana, spirituale e concreta insieme. Il primo passo è un sano realismo. Davanti al male, l’uomo ha sempre tre possibilità: fingere che non esista, fuggire, oppure affrontarlo. E il male, oggi come ieri, non è un’idea astratta.

È esperienza. È volto. È ferita. Sta nelle piccole ingiustizie quotidiane. Nei soprusi che segnano la vita di ogni uomo.

Ma anche nei grandi drammi della storia, dove diventa quasi tangibile: nel pianto di un bambino che ha perso tutto. Negli occhi pieni di paura di un condannato. Nella solitudine di un soldato costretto a lasciare la propria casa per portare morte. È un male subdolo. Capace di travestirsi da bene. Di nascondersi dietro parole come libertà. Perfino di rivestirsi del mantello della religione. Per questo l’errore più grande è negarlo. O rifugiarsi in una fraternità astratta, disincarnata, sganciata dalla realtà. Una pace così è fragile. E, alla fine, soffocante. La Pasqua insegna altro. Insegna a chiamare il male per nome. Ricorda che esso ha radici profonde, che oltrepassano il cuore dell’uomo ma lo attraversano inevitabilmente. Si insinua nei piccoli “sì” e “no” di ogni giorno. È un mistero insieme soprannaturale e quotidiano. Ma proprio qui si apre la speranza: il male può essere vinto. Non ignorandolo, ma combattendolo. Come scrive l’apostolo Paolo, imbracciando le armi della luce. La luce del mattino di Pasqua non irrompe dall’esterno. Nasce dentro la notte. Cresce nella misura in cui il credente accetta di entrarvi. Di sporcarsi le mani. Di farsi compagno di strada dell’umanità ferita. Di attraversare il mistero della passione, della sofferenza, del dolore. Perché ciò che appare come il trionfo del male può diventare — nel disegno di Dio — una soglia. Un passaggio. Un gradino. Dal buio del sepolcro alla luce che non conosce tramonto.

Ecco allora la pace cristiana: una pace disarmata e disarmante. Non perché ignora il conflitto, ma perché lo attraversa. Non la pace che dà il mondo, fragile equilibrio tra forze opposte, ma quella che nasce da una vittoria interiore e definitiva. Per questo la Pasqua non è solo annuncio di pace. È anche chiamata alla responsabilità. È invito a prendere parte a questa battaglia, ciascuno nel proprio quotidiano. La Pasqua non promette una pace facile. Promette una pace vera. E chiede uomini e donne disposti a combattere per essa.

don Carlo Cattaneo

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