Transitare fuori dai combustibili fossili nei sistemi energetici in modo giusto, ordinato ed equo, accelerando l’azione in questo decennio critico, così da raggiungere lo zero netto entro il 2050 in linea con la scienza». E’ il passaggio cruciale del testo finale della Cop28, la Conferenza sul clima delle Nazioni Unite che si è conclusa a Dubai mercoledì, con un giorno di ritardo sulla chiusura ufficiale. Un accordo assunto all’unanimità – anche grazie ai metodi poco ortodossi del presidente Sultan Al-Jaber, capo dell’azienda petrolifera degli Emirati Arabi Uniti che hanno ospitato l’evento, che ha lasciato meno di tre minuti per esprimere obiezioni esplicite – che per la prima volta inserisce i combustibili fossili nel testo. Non è il cosiddetto “phase-out” ovvero l’eliminazione graduale degli stessi, ma nelle ore precedenti c’era stato il rischio concreto di un documento che non li menzionasse affatto e di un sostanziale fallimento. Tenendo conto del contesto – il summit è stato ospitato da uno dei principali produttori di petrolio – era difficile aspettarsi di meglio.
Ed è un regalo di compleanno in anticipo anche per papa Francesco (è nato il 17 dicembre 1936), che proprio alla Cop di Dubai aveva dedicato un intero capitolo della lettera enciclica “Laudate Deum” pubblicata lo scorso ottobre e aveva chiesto l’assunzione di «forme vincolanti di transizione energetica, che abbiano tre caratteristiche: che siano efficienti, che siano vincolanti e facilmente monitorabili». Difficilmente quello che scaturirà da Dubai sarà «un nuovo processo che sia drastico, intenso e possa contare sull’impegno di tutti». Fino all’ultimo Arabia Saudita e Russia hanno capeggiato una strenua resistenza all’inserimento dei combustibili fossili, anche se evidentemente alla fine hanno dovuto cedere alla spinta del consenso internazionale (la maggior parte dei paesi, Onu, mondo scientifico, opinione pubblica). In poche altre occasioni è possibile vedere un delegato delle Isole Marshall che affronta con durezza quelli delle principali potenze, affermando «non andremo in silenzio nelle nostre tombe».
A voler essere ottimisti si potrebbe scorgere in questo appuntamento un segno di quel nuovo multilateralismo a cui è dedicato un altro capitolo di “Laudate Deum”, da «ricreare alla luce della nuova situazione globale». Il termine “ricreare” esprime una forza maggiore di “riformare”; non è una forma di “cupio dissolvi” perché «la vecchia diplomazia, anch’essa in crisi, continua a dimostrare la sua importanza e necessità». Anzi «se e capace di riformularsi, dovrà essere parte della soluzione», perché il passaggio è una necessità che nasce dalla constatazione di quanto «è deplorevole che le crisi globali vengano sprecate quando sarebbero l’occasione per apportare cambiamenti salutari»: pandemia, Ucraina, Medio Oriente, cambiamento climatico. “Transition away” non è “phase-out”, ma nemmeno “ricreare”; è un seme, ha bisogno di terra buona.
Giuseppe Del Signore

