Osservatorio 17-4 / Credenti in chiesa, assenti nel mondo

C’è un filone di pensiero che attraversa la storia della Chiesa fin dai suoi primi passi: l’idea sottile di una separazione netta e virtuosa tra la cosa pubblica e il cammino di fede. Un’idea che prende forma già nel graduale e tumultuoso inserimento dei primi discepoli del Risorto dentro una società, giudaica prima e pagana poi, decisamente ostile al messaggio del Vangelo predicato da questi uomini di Galilea, con un seguito numeroso e multiforme. È la conseguenza di quello sguardo sospettoso sul mondo e su ciò che lo riguarda, potenzialmente intriso di una presenza di male da cui guardarsi.

Strano, in realtà. Nel mondo antico, infatti, religione e vita sociale andavano di pari passo. Per gli ebrei, gli “affari di Stato” (per usare un termine decisamente ante litteram) erano comunque “affari di Dio”, in quanto il loro capo, il re, era espressione di un’obbedienza ai comandi di Dio, dei quali era servitore. Anche il grande impero romano si regolava più o meno sullo stesso principio: i culti pubblici erano necessari per sostenere l’attività dell’impero, dalla guerra al governo politico, fino a diventare una discriminante tra le confessioni religiose ammesse e quelle “non lecite”, come il cristianesimo, che si rifiutava di prestare, per obbedienza alla legge degli uomini, il culto agli idoli. Anche altri esempi del vicino oriente antico andavano in questa direzione.

Tra le fila dei cristiani, invece, si è fatta strada — prima in modo assolutamente ortodosso e poi con una pervicacia degenerata in eresia — l’idea che la comunità dei credenti debba necessariamente essere altro rispetto alla politica e alla società. Il miraggio di un’elite di “uomini spirituali”, che non si mischiano con gli affari mondani, ha raccolto proseliti, proprio mentre si affermava una Chiesa istituzione fortemente intrecciata alla dimensione del governo e del potere.

Questo filone riemerge con forza fino alla rivoluzione francese e all’avvento dell’Illuminismo, quando l’idolatria della ragione e della “libera Chiesa in libero Stato” dissotterra questo fiume carsico che ha attraversato la storia, alimentato anche da alcune correnti del mondo protestante e portato a piena espressione da quella enfasi sull’individualismo che caratterizza la società moderna e post-moderna.

Il perfetto cristiano diventa così, in una mentalità sempre più corrente, colui che partecipa a dei riti, coltiva delle devozioni, obbedisce a dei precetti che però rimangono fra le mura domestiche e all’interno delle chiese, mentre il suo essere cittadino cammina su binari paralleli — o addirittura divergenti — rispetto a ciò che viene professato nel giorno del Signore.
A un cristianesimo sociale, portato in certi casi fino all’esasperazione, continua a fare da contraltare — ed è proprio il caso di dirlo — una fede del privato, che non fa rumore e, in fin dei conti, non disturba.

Eppure, anche se letto nero su bianco questo modello può fare paura, esso continua a solleticare il pensiero e la coscienza di molti. Permette di rimanere quieti, nascosti all’ombra della croce, senza essere costretti a gettare lo sguardo su un mondo al quale si è invece inviati come sale e luce.
Paura dell’impegno o semplicemente un atavico egoismo per difendere il proprio pacifico status quo? Difficile dirlo.
Resta il fatto che tanti cattolici, che oggi si indignano di fronte alle parole — assolutamente gravi — del presidente degli Stati Uniti d’America contro il Santo Padre, faticano poi quotidianamente a sostenere le stesse posizioni su questioni come l’immigrazione, la povertà, l’attenzione alla marginalità, quando dallo scacchiere mondiale si passa alla strada davanti a casa, alla piazza della propria città o del proprio paese.

Un cristianesimo che rifiuta di entrare nel mondo è un cristianesimo che si mette fuori da uno dei principi fondamentali sui quali si regge la fede: l’incarnazione. Quel mistero meraviglioso di Dio che si sporca le mani con l’umanità per venire a salvarla, per redimerla — non attraverso la proposta di un’ideologia, non attraverso una rivoluzione sociale — ma attraverso la ricerca di quel seme di vita divina presente in ogni uomo, da individuare, accogliere e coltivare.
La sfida del cristiano nella società è, in fondo, questa: essere cercatore della presenza di Dio, ostinatamente, in ogni uomo; a volte contro tutti, a volte in difesa di tutti, fedele a quel principio di verità di cui è servo e custode in forza del Battesimo.
Dal pulpito alla strada, la traduzione in atto di questa vocazione è complessa. Chiede spesso una spogliazione e un indebolimento. Ma è proprio qui che si gioca la sfida decisiva: non quella della coerenza, ma quella dell’identità. Perché un cristianesimo che non entra nel mondo, in fondo, smette semplicemente di essere cristianesimo.

Dcc

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