Osservatorio 27-02 / Scaglie di mare

Sono belle le onde del mare. Trasportano vite, sogni, pensieri, riflessioni. Li portano al largo, nella nostra mente e via verso l’orizzonte. Ma la risacca trascina a riva anche ciò che il mare ha respinto, ossi di seppia portati in su e in giù sulla battigia finché un’onda più forte non li abbandona sull’arenile. Rami, conchiglie, reti, scarti, sacchetti, plastica pezzi, detriti… corpi. Nelle ultime settimane il Mediterraneo ha restituito quattro cadaveri sulle spiagge della Calabria, undici su quelle della Sicilia. Nudi, vestiti con abiti sbrindellati, aggrappati a salvagenti arancioni. A volte interi, a volte pezzi di corpi, talmente rovinati dall’acqua, dal vento, dalla salsedine da non poter essere recuperati se il mare, con un’onda più forte, se li riprende, ossa esposte con la sua bocca digrignata volta al sole. In un caso, a Tropea, due corpi alla deriva sono stati visti da alcuni studenti affacciati alla finestra della classe.

Forse non avranno bisogno di un insegnante che gli spieghi il correlativo oggettivo: il rivo strozzato che gorgoglia, l’intrecciarsi della foglia riarsa, il cavallo stramazzato li hanno incontrati in un altro male di vivere. E forse saranno stati scossi, oltre la divina Indifferenza. L’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni dell’Onu (finché esisterà) il 26 gennaio ha lanciato un allarme perché «solo nelle prime settimane del 2026, si teme che già centinaia di persone siano disperse […] nel solo 2025 almeno 1340 persone hanno perso la vita nel Mediterraneo centrale». Secondo Mediterranea Saving Humans quelle di cui non si sa più nulla superano il migliaio. Sono riflessioni, pensieri, sogni, vite trasportate via dalle onde. Nell’esortazione apostolica “Dilexi Te”, al punto 11 Leone XIV ricorda che

qualche anno fa la foto di un bambino riverso senza vita su una spiaggia del Mediterraneo provocò grande sconcerto; purtroppo, a parte una qualche momentanea emozione, fatti simili stanno diventando sempre più irrilevanti come notizie marginali.

Era il 2015, quel bambino si chiamava Alan Kurdi e le onde lo avevano riportato, senza vita, sulla costa turca. «Nello studio dell’appartamento dove vivo, al Quirinale, ho collocato un disegno che raffigura un ragazzino, di quattordici anni, annegato, con centinaia di altre persone, nel Mediterraneo. Recuperato il suo corpo si è visto che, nella fodera della giacca, aveva cucita la sua pagella: come fosse il suo passaporto, la dimostrazione che voleva venire in Europa per studiare», raccontò al Meeting di Rimini nel 2023 il presidente Mattarella. Di quel ragazzino non è rimasto neppure il nome. Di tanti che mi corrispondevano non è rimasto neppure tanto. Anche il nome le onde hanno respinto, più in là, al largo, nel palpitare lontano di scaglie di mare.

Gds

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