Il Racconto / Il caso del cane di Natale

Si era perso, e la cosa lo divertiva quasi più che inquietarlo. Perdersi gli pareva un modo gentile di ricordarsi che il mondo cambia anche quando tu credi di conoscerlo a memoria. Il cielo, nero e senza stelle, sembrava trattenere il fiato sopra la strada vuota.

Accese il sigaro con il vecchio accendino d’argento: il fumo gli si aprì davanti come una piccola nebbia personale. Fu allora che il cagnolino fulvo spuntò dal buio, zoppicante ma allegro, la coda tesa come un pennello impaziente. Il vecchio si chinò, gli sfiorò la testa. «Non saprai dirmi dove sono, vero?» Il cane abbaiò piano, poi si voltò e iniziò a trotterellare, costringendolo a seguirlo come un minuscolo faro nel paese addormentato. Le luci di Natale, appese alle case, tremolavano stanche, come se avessero perso fiducia nella loro stessa allegria. La bisaccia del vecchio era leggera: pochi bambini avevano scritto, e molti non pensavano più al suo nome. A volte temeva davvero di essere diventato invisibile, un’ombra elegante che passava tra le porte senza che nessuno la notasse. Finito il giro, risalì verso la chiesa per recuperare la slitta. Il cane gli restò accanto come un piccolo guardiano dal cuore ostinato. «Vorrei portarti con me, ma non posso», sussurrò, accarezzandogli il muso. Stava per salire sulla slitta quando un pianto lo trafisse, limpido come una campana fuori orario. Da una finestra vide una bambina tra le braccia dei genitori. «Toby è corso in strada…L’hanno investito».

Il vecchio guardò il cane, e il ricordo arrivò: la slitta fuori controllo, l’urto improvviso, la sagoma minuta travolta da lui, invisibile com’era. Toby sembrava fatto di luce fioca, come neve sul punto di sciogliersi. Ma forse non era tardi. Accese l’accendino: una polvere d’argento scese sul cane, accendendogli il pelo di un chiarore dorato, vivo e tremante. Suonò il campanello, lasciò Toby sullo zerbino e si allontanò nell’ombra. Le grida di gioia lo raggiunsero subito. «L’ha trovato lei?». «Era smarrito». La bambina lo guardò con gli occhi brillanti. «Io sono Lucia!». «Io sono Natale». Il vecchio rimase un momento sulla soglia, respirando a pieni polmoni quell’aria che ormai poteva sentire solo a casa propria. Poi fece un cenno di saluto alla famigliola, e si voltò per tornare fuori. Mentre attraversava la strada sentì la voce della bambina che gli faceva gli auguri. Poi sparì nella notte, mentre i primi fiocchi cadevano lenti e gentili. E, camminando verso la slitta, sentì che dopotutto non era scomparso dal cuore del mondo.

Davide Zardo

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