Il Racconto / Il primo a cadere

Il cratere si apriva davanti a loro come una bocca assetata di luce. L’archeologo vi calò la corda con mani tremanti, mentre il prete, col cappotto che frusciava nel vento, mormorava una preghiera che somigliava più a un’esitazione che a un rito. Scivolarono giù insieme, avvolti da un odore di pietra bagnata e silenzio antico. In fondo, quasi sepolto da strati di polvere vulcanica, c’era lo scheletro. All’inizio non sembrava diverso dagli altri che avevano trovato negli anni: un corpo rannicchiato, le ossa sottili ma sorprendentemente intatte, la mandibola dischiusa in un eterno grido muto.

«È umano» sussurrò l’archeologo. «Sembra…»

Il prete non finì la frase. Si misero al lavoro con delicatezza, spazzole e pennelli che sfioravano le ossa come dita su una reliquia. Ogni gesto sollevava piccole nuvole di polvere che danzavano nella luce delle lampade, come se l’aria stessa ricordasse qualcosa che loro ancora ignoravano. Fu l’archeologo a notarlo per primo. Una strana irregolarità sulla schiena. Due sporgenze gemelle, simmetriche, sottili come zanne di pietra cresciute sotto la pelle, un tempo forse ricoperte di muscoli, piume, o chissà quale altra materia dimenticata. «Sono… articolazioni? — domandò, incredulo — O basi d’innesto». La voce del prete era un soffio. «Come… come per delle ali». Il silenzio che seguì sembrava un presagio. Il vento fischiò sopra il cratere e per un istante parve un coro lontano, un eco di qualcosa che non avrebbe dovuto esistere. «Secondo te è un simbolo? Una mutazione? Un mito incarnato?» chiese l’archeologo, ma la sua voce era fragile, come se temesse la risposta. Il prete si inginocchiò accanto allo scheletro e sfiorò le protuberanze con due dita timorose.

«Nelle leggende — mormorò — si dice che quando cadde, non tornò più su. Che restò sepolto nel mondo degli uomini, lontano dal cielo che aveva osato sfidare». L’archeologo trattenne il respiro. «Vuoi dire che…» Gli occhi del prete si sollevarono verso l’alto, verso la fessura di luce in cima al cratere. «Forse — rispose piano — abbiamo trovato ciò che resta di chi cadde per primo». E allora, per un istante che nessuno dei due confessò mai, ebbero entrambi la stessa sensazione: che quelle ossa, prive di voce, stessero ancora bruciando.

Davide Zardo

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