Mio padre era un basso d’opera, e già questo lo rendeva una creatura a parte. Non parlava: cavernava. Le parole gli uscivano come animali notturni, con cautela e peso. Quando taceva, il silenzio aveva paura di lui, come se potesse essere chiamato all’improvviso a rendere conto di qualcosa. Quando cantava, invece, le pareti si spostavano di qualche millimetro, giusto per fargli spazio, come fanno le cose intelligenti davanti a una forza inevitabile. Quella sera cantava in russo. Non ricordo il titolo dell’opera, ma ricordo il suono: una lingua fatta di neve sporca, di acciaio freddo e di vodka bevuta lentamente, con rispetto.
Il teatro era pieno, lucido come una scatola di gioielli dimenticata in un cassetto importante. Lampadari, velluti, respiri trattenuti. In prima fila sedeva uno sceicco, bianco e oro, profumato di potere e di denaro antico, con gli occhi che brillavano più delle decorazioni. Aveva messo gli occhi su una corista. Una ragazza minuta, quasi trasparente, con la voce leggera e il sorriso di chi non sa ancora come difendersi dal mondo. Lo sceicco non capiva una parola di russo. Mio padre non capiva una parola della sua lingua. Ma le lingue, in fondo, sono solo un pretesto: quello che conta viaggia altrove. A metà aria, mio padre lo vide. O forse lo sentì. Certi sguardi fanno rumore, come una sedia trascinata nel buio. Continuò a cantare, ma la voce cambiò peso, come quando una nave vira lentamente senza annunciare la manovra. Senza smettere una sola nota, sollevò gli occhi e li piantò addosso allo sceicco.
Non era uno sguardo di sfida. Era peggio. Era uno sguardo che raccontava tutto: il destino, la colpa, il ridicolo, la fine delle cose.
Cantava di zar e di ombre, di uomini che credono di possedere ciò che desiderano e invece ne vengono posseduti. Lo sceicco smise di sorridere. Poi smise di respirare bene. Alla fine abbassò lo sguardo. Quando l’aria finì, applaudì anche lui, ma con le mani lente, educate, come se stesse chiedendo scusa. La corista quella sera tornò a casa da sola. Mio padre rientrò in camerino, si tolse il costume e bevve un bicchiere d’acqua. Nessuno gli disse niente. Lui non raccontò nulla. Per lui era stato solo lavoro: cantare, guardare, dire l’indicibile senza usare le parole giuste. Anni dopo, ripensandoci, ho capito una cosa semplice e terribile: alcune voci non servono a farsi ascoltare. Servono a farsi capire. Anche da chi non vorrebbe.
Davide Zardo


