Il Racconto / Scambi di pace

Era una sera dolce e inquieta a Washington, con il cielo che sembrava un velluto spiegazzato, attraversato da lampi lontani e gabbiani disorientati. Al ristorante più blindato della città, “The Liberty Room”, due uomini sedevano l’uno di fronte all’altro, circondati da camerieri muti e guardie nervose. Donald Trump indossava una cravatta color fuoco e un sorriso da pokerista stanco. Vladimir Putin, dritto come un manico di scopa imperiale, sfoggiava una giacca scura e uno sguardo di ghiaccio sciolto solo da un bicchiere di vodka. Dopo il secondo whisky e il terzo brindisi («Alla pace, da cominciare altrove»), Trump si sporse sul tavolo: «Vladimir, ascolta. Se vuoi che la gente smetta di chiamarti “zar del gelo”, ritira le truppe dall’Ucraina. Potremmo addirittura vincere il Nobel».

Putin accarezzò il bicchiere come un gatto addormentato. «Donald, Donald… e tu, in cambio, smantellerai la bomba atomica? Sai, quella cosa che può farci sparire tutti con un click sbagliato». Un attimo di silenzio, rotto solo dal tintinnio delle posate e dal battito lento dei cuori disillusi. Poi, all’unisono: «No».

E allora via, via dal ristorante barcollando come due pirati senza nave. Ubriachi di potere, whisky e rimpianti, sbagliarono auto. Gli autisti, ben addestrati ma distratti dalla somiglianza degli uomini forti, misero in moto. Putin, senza rendersene conto, fu trasportato direttamente alla Casa Bianca, sotto un cielo americano che lo fissava sorpreso. Trump, raggomitolato sui sedili di una limousine blindata, si risvegliò fra le nevi russe, proprio sotto le cupole d’oro del Cremlino. Fu al risveglio che accadde il miracolo. Putin, in pantofole presidenziali davanti alla tv della Casa Bianca, si mise a sfogliare documenti top secret. «Hanno più bombe di quanto immaginavo», disse tra sé e sé. E premette un tasto rosso, ma non quello che tutti temevano: quello dello smantellamento. Trump, invece, passeggiando nel corridoio del potere russo, lesse con occhi confusi un ordine di invasione. «Troppi casini. Via da lì, via da tutto!»,  ordinò, firmando il ritiro immediato delle truppe con una penna d’oro.

Le notizie volarono leggere come rondini ubriache, ma quando si accorsero dello scambio era troppo tardi. E la pace, per ora, era salva.

Trump e Putin si incontrarono di nuovo, questa volta in un aeroporto neutro, entrambi con una leggera emicrania e un cappuccino in mano. «Siamo diventati pacifisti per errore», disse Donald.  «Oppure per destino», rispose Vladimir. Si scambiarono le chiavi delle rispettive auto. E ognuno tornò al suo posto, mentre il mondo, per una volta, sospirava di sollievo. 

Davide Zardo

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