L’anziano sacerdote si accorse che qualcosa non andava subito dopo l’omelia. Mentre lasciava l’ambone per tornare a sedersi, notò che gli sguardi dei fedeli, nelle prime file di panchine sul lato destro dell’altare, erano rivolti verso la porta che dalla sacrestia si affacciava sull’altare laterale. In effetti, durante la predica, gli era parso di notare una certa aria distratta, da parte di alcuni parrocchiani. All’inizio aveva creduto di averli annoiati: ora che ci pensava, però, era certo che quelle espressioni poco incoraggianti non fossero iniziate durante la predica.
No, adesso ne era davvero sicuro. Mentre si alzava per recitare il Credo, don Giosuè riuscì a focalizzare il momento esatto in cui aveva notato la prima faccia distratta. Era quella della vecchia Pierina, in seconda fila, che aveva iniziato a guardare verso l’altare laterale destro mentre lui si accingeva a proclamare il Vangelo. No, si trattava di qualcosa che non aveva nulla a che fare con l’omelia, dato che non l’aveva ancora iniziata. La lettura, poi, era interessante. Perché, allora, Pierina guardava da quella parte? E come mai non era l’unica a farlo? Il dubbio fu sciolto al momento dell’offerta dei doni. Mentre si avvicinava alla balaustra per ricevere i due parrocchiani che portavano all’altare la ciotola delle ostie e le ampolline d’acqua e vino, don Giosuè scorse con la cosa dell’occhio un movimento piccolo e bianco, verso l’altare laterale. Poi, mentre si voltava per tornare indietro col pane e il vino, lo vide bene. Era un topolino. Un topino bianco, che sembrava danzare davanti alla porticina collegata alla sacrestia. Don Giosuè sorrise divertito, e riprese la celebrazione, sollevato dal fatto che la distrazione dei fedeli non fosse dovuta a un’omelia noiosa. Dopo il Santo, però, accadde qualcos’altro. «Prendete e mangiate, questo è il mio corpo…» Aveva appena consacrato l’ostia, tenendo gli occhi chiusi come faceva sempre, quando si accorse che gran parte dell’assemblea stava lasciando la chiesa. Doveva essere per via del cane, pensò, accingendosi a consacrare il calice del vino. «Questo è il mio sangue…». Era un grosso cane nero, dal pelo lungo e luccicante. Era appena entrato dal portone centrale, perché la gente, evidentemente spaventata, stava uscendo dalle porte laterali, pur di evitarlo.
Stava lì, al centro del corridoio tra le due file di panche, seduto sulle zampe posteriori, le anteriori stese davanti al muso, come in un inchino.
Don Giosuè prese il calice e guardò verso destra, attratto dagli sguardi curiosi dei pochi fedeli rimasti. Non avevano paura del cane, loro: ma stavano guardando qualcosa che era apparso accanto all’altro altare laterale. Era un riccio, o un porcospino. Qualcosa di simile a una piccola palla spugnosa e puntuta, con un musetto da roditore, il nasino nero e gli occhietti brillanti. Don Giosuè ne aveva visti tanti, in paese: tenevano lontane le serpi, che erano invece molto interessate ai topolini di cui erano piene le campagne. Anche i cani randagi non mancavano, da quelle parti. Ed ora, per qualche strana ragione, i rappresentanti di quelle tre categorie erano lì, in quella piccola chiesa di campagna. L’anziano sacerdote non poté fare a meno di pensare che doveva esserci anche un serpente, da qualche parte. Anche se, adesso, era facile che fosse appena uscito insieme alla folla dei fedeli.
Fedeli, pensò don Giosuè. Chissà se lo erano veramente. Dopotutto si erano spaventati di un cane, senza accorgersi dei serpenti che si portavano dietro. O dentro, forse, in fondo al cuore. «Fate questo in memoria di me». Posando il calice, il prete si guardò intorno. In tutta la chiesa, adesso, c’erano sì e no una decina di persone. Fino a pochi istanti prima, erano quasi un centinaio. Stavano tutti lì, fermi e trepidi, in attesa. Ma quelli più in attesa di tutti sembravano loro quattro: il prete, il riccio, il cane e il topolino. Pregando, le braccia aperte, le zampe al cielo, sperando in un mondo migliore. Silenziosi, pazienti, divisi da linguaggi diversi, ma capaci di comprendersi senza parlare.
Testimoni muti, ma esemplari, di una creazione che gemeva, aspettando l’adempimento di un’antica promessa. Il cane sollevato sulle zampe posteriori, annaspando nell’aria, il naso fremente verso un mondo di odori e di presagi; il riccio che contraeva e rilasciava la schiena cosparsa di aculei, quasi ansimando; il topolino a testa bassa, la coda incurvata e sottile, le zampine anteriori unite come in preghiera. Stavano lì, in attesa, e tutto il mondo sembrava aspettare, insieme a loro. Avevano appena finito il Padre Nostro, quando la porta sul fondo si aprì. Entrarono un uomo e una donna incinta, entrambi scuri di pelle. In quel momento il cane scattò in piedi e si girò verso di loro, scodinzolando. Il riccio lasciò l’altare laterale e si avviò verso il portone principale, mentre il topolino faceva lo stesso. La donna sembrava molto avanti nella gravidanza. Chissà, poteva partorire da un momento all’altro, forse proprio in quella notte. Al di là delle vetrate, si poteva vedere il cielo limpido, pieno di stelle. E ce n’era una che sembrava brillare più di tutte, mentre il mondo lì fuori sembrava impazzito, sconvolto da epidemie, catastrofi ambientali, e dalla minaccia di un’ennesima guerra nucleare.
Don Giosuè sorrise, osservando le tre creature che avevano raggiunto la coppia appena entrata. La donna aveva accarezzato gentilmente il testone del cane. L’uomo si era chinato verso il topolino, che gli si era arrampicato sul palmo della mano. L’altra era tesa verso il riccio, che l’annusava con calma, quasi devotamente. L’anziano sacerdote si preparò a distribuire la Comunione. Forse – pensò, continuando a sorridere in cuor suo – l’attesa era finita.
Davide Zardo





