Mappamondo / La banalità della radicalizzazione

Con quella di sabato 26 aprile è la seconda volta negli ultimi due anni che Trump rischia la pelle. Almeno in maniera così diretta ed evidente. Il primo tentativo risale al 13 luglio 2024, in piena campagna elettorale. In quella circostanza, un proiettile gli sfiorò l’orecchio e gli permise di essere immortalato in quello scatto che passerà alla storia: il futuro presidente degli Stati Uniti circondato dai suoi agenti di sicurezza, con il pugno in alto in segno di sfida.

Per pochi millimetri, la storia degli Stati Uniti, e quella del mondo, non prese una piega diversa da quella che conosciamo oggi. Il responsabile di quell’attacco era Thomas Matthew Crooks, un giovane della Pennsylvania da poco laureato in ingegneria. Pochi giorni fa, un altro ingegnere, Cole Tomas Allen, ci ha riprovato. Pure lui fallendo. Il fatto che i due attentatori di Trump presentino profili simili: entrambi ingegneri, entrambi privi di precedenti penali e senza diagnosi di disturbi psicologici, potrebbe risultare sorprendente. Spesso tendiamo a descrivere la violenza politica secondo canoni interpretativi rassicuranti: malattia mentale, emarginazione sociale, disperazione. Scoprire che i protagonisti di questi atti sono invece individui apparentemente “normali”, con prospettive di carriera e integrazione sociale, ci inqueta. Tuttavia, gli studi sulla radicalizzazione violenta ci avvertono che un profilo di terrorista convenzionale e collettivamente riconosciuto non esiste. Diego Gambetta e Steffen Hertog, nel loro libro Engineers of Jihad, evidenziano però come tra i militanti jihadisti vi sia una presenza significativa di ingegneri.

Una possibile spiegazione risiede nel fatto che individui altamente qualificati, con forti aspettative di realizzazione personale e sociale, possano reagire in modo particolarmente intenso quando tali aspettative vengono frustrate.

Il terrorismo, e in questo caso il magnicidio, che non è altro che una delle diverse forme di terrorismo, può essere interpretato, in alcuni casi, come una risposta alla frustrazione o all’impossibilità di ottenere determinati obiettivi personali o collettivi. Quando la realtà frustra le speranze di un gruppo o di un settore sociale di risolvere forme di disuguaglianza o di ingiustizia attraverso delle azioni politiche convenzionali, la probabilità di prendere parte ad azioni violente aumenta. Non si tratta di giustificare tali atti, ma di comprendere i meccanismi che li rendono possibili.

Matteo Re, docente dell’Università di Madrid

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