Il 9 novembre 1989 cadeva il Muro di Berlino. Crollava definitivamente una barriera che aveva diviso per decenni due mondi, quei due blocchi in cui si era frammentato l’intero pianeta. Dopo quella data c’era chi vaticinò la “fine della storia” e chi, invece, cominciò a parlare di multipolarismo e globalizzazione. La Guerra Fredda portava con sé le diatribe tra capitalismo e socialismo, ma allo stesso tempo ne apriva altre, inizialmente non del tutto definite, che nel giro di pochi anni si cristallizzarono sull’asse mondo islamico–Occidente.

Con il passare del tempo, tuttavia, anche questa visione divenne riduttiva, mentre le dinamiche internazionali si facevano sempre più frastagliate e fluide. Le guerre “ideologiche” tra blocchi lasciarono il posto a conflitti regionali: prima nei Balcani, con la disintegrazione della Jugoslavia, poi in Medio Oriente e in Africa, con guerre civili innescate da divergenze etniche, religiose o politiche. Agli inizi del nuovo secolo entrò in voga un’altra formula: quella delle economie emergenti. L’acronimo BRICS designava quei Paesi che, contro ogni pronostico, erano riusciti a crescere a ritmi vertiginosi, fino a competere con le potenze occidentali. Brasile, India, Cina, Russia e, più tardi, Sudafrica costituivano — e in parte lo costituiscono tuttora — un club esclusivo, in grado di incidere sugli equilibri globali. Oggi lo scenario internazionale è nuovamente in movimento. Le guerre in Ucraina e a Gaza, così come le politiche protezionistiche introdotte da Trump,
stanno favorendo la creazione di blocchi fondati su interessi economici e di sicurezza. Da una parte ci siamo noi europei, “volenterosi” ma privi di una reale unità di intenti.
Ci muoviamo tra l’appoggio all’Ucraina — cercando al contempo di non provocare troppo Putin — e le critiche a Trump, salvo poi affidarci ancora alla protezione americana. Dall’altra parte si coagula un fronte eterogeneo di Paesi che, in condizioni “normali”, dovrebbero trovarsi in contrasto tra loro. Oggi, invece, grazie all’individuazione di un nemico comune — l’Occidente — stringono accordi e alleanze. Cina, Russia, Iran, Turchia, India, ma anche Corea del Nord, si incontrano nei vertici organizzati da Xi Jinping e si promettono sostegno reciproco, tra pacche sulle spalle e sorrisi di circostanza. E poi ci sono gli Stati Uniti, guidati da Trump, ondivago e spiazzante. Tradizionalmente più vicini all’Europa, mostrano oggi una diffidenza verso il “vecchio continente”. Si sta aprendo un nuovo ordine mondiale in cui l’Europa non può permettersi ambiguità.
Matteo Re, docente dell’Università di Madrid


