L’addio al test d’ingresso a medicina è realtà. Una svolta, quella approvata dal Consiglio dei Ministri lo scorso 28 marzo, che partirà dall’anno accademico 2025/2026 per le sole università statali e che non riguarderà la sola facoltà di medicina e chirurgia, ma anche quelle di odontoiatria e protesi dentaria e medicina veterinaria. Ma se il test di ammissione non sarà più lo spauracchio degli aspiranti medici, i quali avranno tutti accesso libero, a “contenere” i numeri ci sarà il cosiddetto “semestre filtro”.
NOVITÀ La selezione infatti non scompare, ma al termine del primo semestre potrà proseguire nel percorso solo chi avrà superato tutti gli esami previsti e si sarà collocato in posizione utile nella graduatoria di merito nazionale, accedendo così al secondo semestre dei corsi di medicina, odontoiatria e veterinaria. E chi rimarrà fuori dalla graduatoria? Il semestre filtro comprenderà degli insegnamenti comuni nelle aree delle scienze biologiche, chimiche e fisiche, con programmi coordinati a livello nazionale per facilitare il passaggio ad altre facoltà e corsi di laurea. L’obiettivo è quindi duplice, con una prima volontà a garantire un accesso più equo alle facoltà mediche, senza test d’ammissione, ma anche dare la possibilità agli studenti di proseguire la propria carriera universitaria senza perdere i Cfu acquisiti.
E’ bene che sia rimasto un meccanismo per regolare il fabbisogno – racconta Alessandro Rubino, vicesegretario Fimmg Pavia – perché la cosa più pericolosa sarebbe inseguire la carenza oggi per avere un surplus di medici domani. Le carenze non si risolvono con i numeri di adesso.
RIVOLUZIONE Un cambiamento radicale che stravolge non solo l’accesso alle facoltà, ma anche tutto quel mondo nascosto che sopravvive grazie ai test di ammissione universitari. «Nonostante sia la solita trovata all’italiana mi sembra comunque un primo passo verso la normalizzazione, una minima apertura verso il diritto alla scelta – spiega Luca Bellazzi, medico di medicina generale – Una novità che spero metta la parola fine a tutti quei centri di preparazione ai test che sono una cosa indecente e che spillano solo soldi alle famiglie. Ci sarà invece da capire come gli atenei gestiranno la residenzialità». Il modello a cui si è ispirato il governo è quello francese, che da anni pone la selezione non all’ingresso con un test – che in Italia spesso ha suscitato polemiche per il tenore delle domande – ma dopo un primo periodo di corsi ed esami, anche se qui dovrà superare la prova dei ricorsi, che troppo spesso rappresentano un freno alle procedure di selezione in ambito pubblico.
SISTEMA Non mancano poi i dubbi circa la capacità delle università di far fronte strutturalmente a un afflusso più imponente di studenti nella facoltà di medicina: «Se tra gli obiettivi vi è quello di migliorare la qualità della formazione medica, la risposta è no – commenta Giorgio Monti, segretario di Fimmg Pavia – Non è facendo una riforma di questo genere che si influenza una selezione in base alla qualità e alle competenze dei singoli candidati. A mio parere è un modo di selezione all’italiana che non comporterà un cambiamento sostanziale». Dubbi che permangono soprattutto dal punto di vista del percorso formativo. «Non si affronta il problema della carenza di medici cambiando le modalità di accesso – continua Monti – ma bisogna fare delle riflessioni concrete sul percorso di studi, rendendo maggiormente attrattiva la professione del medico, attraverso la differenziazione dei percorsi didattici offerti agli studenti».
Rossana Zorzato

