Faticare ad addormentarsi, svegliarsi più volte durante la notte o alzarsi al mattino con la sensazione di non aver riposato. L’insonnia è uno dei disturbi del sonno più frequenti e, secondo la recente indagine di Idrosia, in Italia colpisce circa 13.4 milioni di italiani, soprattutto donne, con conseguenze che vanno da malattie neurologiche e cardiovascolari, fino all’aumento di incidenti. Si tratta di un problema spesso sottovalutato, tanto che solo il 40% dei pazienti riceve una diagnosi, solo il 21% viene trattato; mentre 4-5 milioni di persone in Italia non hanno ricevuto un trattamento adeguato.
CAUSE Ma nel frattempo sono di sempre più le persone che chiedono aiuto. «I dati scientifici non ci permettono ancora di dire con certezza che l’insonnia sia aumentata – spiega il professor Michele Terzaghi, direttore del Centro di Medicina del Sonno della Fondazione Mondino di Pavia – ma la nostra impressione è che arrivino molti più pazienti rispetto al passato, perché da un lato probabilmente incidono i ritmi e lo stress della vita moderna, ma dall’altro c’è anche finalmente una maggiore attenzione verso questi disturbi, che un tempo venivano spesso sottovalutati». E tra le più comuni c’è proprio l’incapacità di “staccare la testa”. «Il cervello continua a lavorare anche quando ci mettiamo a letto – continua Terzaghi – Si continua a pensare al lavoro, a una preoccupazione, a un evento stressante o perfino a qualcosa di piacevole che però non riusciamo a toglierci dalla mente. Questo mantiene attivi i meccanismi della veglia e impedisce al sonno di instaurarsi correttamente». Non basta però dormire poco per parlare di una vera patologia. «Per definire un disturbo d’insonnia è necessario che ci siano conseguenze durante il giorno – spiega – Possono essere lievi, come una sensazione di malessere o una minore efficienza, ma anche più importanti, come difficoltà di concentrazione e memoria, calo del rendimento lavorativo o scolastico, fino ad aumentare il rischio di incidenti sul lavoro o alla guida». Senza tener conto di tutti quei disturbi che possono essere confusi con l’insonnia o che ne rappresentano una causa. «Tra questi figurano le apnee ostruttive del sonno, la sindrome delle gambe senza riposo, i disturbi del ritmo circadiano e diverse patologie mediche, dal dolore cronico ai disturbi d’ansia e alla depressione».
BUONE NORME Ma per combattere l’insonnia, bisogna partire innanzitutto dalle abitudini quotidiane. Smartphone, tablet e computer, soprattutto nelle ore serali, rappresentano il primo nemico del sonno. «È molto importante ricordarsi che interessa un sonno di qualità e non tanto la quantità – spiega Iara Savoia, laureata in scienze tecniche psicologiche e laureanda in psicologia, che ha svolto tirocinio presso un Centro di Medicina del Sonno – Per questo è bene evitare qualsiasi altra attività, altrimenti il rischio è quello di associare il letto alla veglia. Quindi niente computer, televisore, radio e orologi visibili, così come è bene evitare caffeina, fumo, alcol e attività fisica ad alta o medio intensità». E alle regole della cosiddetta igiene del sonno appartengono anche la regolarità degli orari. «Avere una routine è fortemente consigliato – continua Savoia – perché aiuta ad avere un sonno di qualità, quindi se possibile è consigliabile evitare pisolini diurni o addormentarsi sul divano prima di andare a letto. Queste abitudini scalfiscono il fabbisogno di sonno che abbiamo messo da parte durante la veglia, rendendo difficile l’addormentamento».
CENTRO E per chi si rivolge al Centro di Medicina del Sonno della Fondazione Mondino viene costruito un percorso personalizzato. «Il primo approccio è quasi sempre non farmacologico e si basa soprattutto sulla terapia cognitivo-comportamentale – racconta Terzaghi – Il paziente viene aiutato a comprendere come funziona il sonno, a modificare alcune abitudini e ad acquisire strategie per ridurre l’attivazione mentale. Solo quando necessario si può associare una terapia farmacologica, che non deve essere demonizzata. Spesso l’approccio combinato offre i risultati migliori». Ma l’obiettivo resta lo stesso. «Il farmaco non deve diventare una terapia cronica. Il nostro scopo è aiutare il paziente a ritrovare un sonno di qualità e, quando possibile, sospendere progressivamente la terapia – conclude il direttore – È un percorso di rieducazione al sonno che può richiedere alcuni mesi, ma che punta a restituire benessere e qualità della vita».
Rossana Zorzato,
Edoardo Casati

