Sei anni fa eravamo in piena pandemia, oggi siamo in guerra. Sei anni fa non esisteva ancora il Pnrr, oggi si sta per concludere quello che è stato il più grosso investimento di denaro pubblico nel dopoguerra. Il Pnrr ha rappresentato una pioggia di denaro su tutta l’Europa, che ha toccato tutti i settori della vita dei cittadini Europei. Scuola, sanità, pubblica amministrazione, digitalizzazione e tanto altro. Il Pnrr ha finanziato tutti questi settori, ma spesso con investimenti squilibrati. In questa inchiesta analizziamo quali sono stati gli investimenti, come sono stati divisi, ma soprattutto se i progetti sono arrivati in fondo a Vigevano.
I PROGETTI La prima notizia è buona: ce l’abbiamo fatta. Abbiamo speso più o meno per tempo i soldi che sono arrivati sulla città. Ma poi? È lecito chiedersi come siano stati spesi. A Vigevano la maggior parte dei fondi sono stati destinati a opere di rigenerazione urbana. Quasi dieci milioni. In pratica è stata ricostruita la città. Il Palabasletta, il Riberia, la nuova scuola dei Piccolini, la mensa dell’Anna Botto sono stati alcuni dei cantieri che negli ultimi anni hanno fatto mostra di sé. Le opere che sono state intraprese hanno avuto come obiettivo la rigenerazione urbana, che ha rappresentato la grossa fetta vigevanese, circa 10 milioni di euro sui 17 stanziati. Per il sindaco Andrea Ceffa si è trattato di un grande trionfo, «una pioggia di soldi sulla città», ma in realtà l’investimento ha sofferto di uno squilibrio.

SQUILIBRI Meno soldi sono arrivati a Vigevano su didattica scolastica, percorsi di recupero degli studenti, collegamenti con l’esterno, intelligenza artificiale e tanto altro di cui la città necessità. In sostanza si è usato il Pnrr per recuperare un patrimonio cittadino che era ormai in grave sofferenza. Ma tanti nodi come l’isolamento, l’arretratezza digitale e i problemi di dispersione scolastica oltre che di integrazione (in una città dove gli stranieri sono il 15,9%, quattro punti percentuali sopra la media lombarda) non sono stati affrontati. Lo stesso dicasi per le politiche energetiche, per le quali il Pnrr aveva pur messo a disposizione dei fondi. Ne hanno approfittato quasi esclusivamente i privati. A sei anni di distanza l’impressione è che ci sia ancora molto da fare su molti temi e che il Pnrr abbia in sostanza inciso poco sui nodi strutturali della città.
IN ITALIA A livello nazionale non si sa ancora cosa succederà ai progetti che non dovessero essere completati entro il 30 giugno, una cosa che riguarda ad esempio il destino della Casa di Comunità di Garlasco, che difficilmente sarà completata entro la scadenza visti i ritardi accumulati nei lavori. Secondo Openpolis, che ha monitorato passo passo l’avanzamento del Pnrr, «le direttive Ue non prevedono uno scenario di “mancato completamento” (cosa che ha invece fatto il governo italiano, prevedendo di rivalersi sui soggetti attuatori inadempienti). Queste si focalizzano piuttosto su meccanismi coercitivi e preventivi volti ad assicurare il rispetto delle scadenze». Per come è stato costruito, «se l’Italia non riuscisse a completare tutti i target e i milestone quindi rischia concretamente di dover rinunciare a una parte delle risorse europee». Tuttavia in molti casi i target previsti riguardano obiettivi minimi, non la conclusione dell’intervento finanziato; inoltre i medesimi possono essere divisi in lotti, per far rimanere nell’ambito del Pnrr solo le parti effettivamente realizzate.
Un’occasione mancata tra micro-progetti e grandi promesse

Troppi piccoli progetti hanno limitato l’impatto del Pnrr in Italia, trasformando l’erogazione di fondi europei in una serie di occasioni mancate. A dirlo è Carlo Alberto Carnevale Maffè, economista e docente della Bocconi Sda, originario di Gambolò. Proprio così, le mille aree fitness comparse in ogni comune con i soldi di Bruxelles negli anni scorsi, sono state una dispersione di risorse, che ci hanno resi più in forma e in salute, ma non hanno contribuito a crescita e rilancio. Martello e cazzuola per costruire strade e palestre non erano la ricetta giusta per il rilancio. Così siamo rimasti al palo su intelligenza artificiale e cyber security. La notizia buona è che non ci sono previsioni reali (al contrario di quanto detto da molti) di un crollo del Pil.
SPESI MALE A spiegare cos’è successo è lo stesso Carnevale Maffè che dice: «Il problema dei fondi del Pnrr è che li abbiamo spesi male. I piccoli investimenti non aggiungono potenziale di crescita. Sono interventi a basso tipo di generazione. Insomma abbiamo speso soldi in infrastrutture civili che non inducono produttività». E tra queste rientrano le famose strade e ferrovie, secondo l’economista lomellino. «Se intervieni – dice – spendendo soldi in piccole infrastrutture e in cose che l’Italia ha già è inutile. Se c’è una cosa che funziona è l’alta velocità, quindi non ha senso continuare a costruire ferrovie in territori che non hanno volumi». L’Italia avrebbe perso, quindi, un’occasione di progredire e l’accusa che lancia Carnevale Maffè è chiara: «L’Italia è un paese impaurito, invecchiato in mano a conservatori. Il pnrr avrebbe potuto finanziare centrali nucleari ad esempio, ma da noi non si può. Non ci sono stati investimenti in eolico e solare.
Non ci sono stati investimenti strutturali nell’energia e non intendo i pannelli solari sul singolo tetto, ma delle vere e proprie factory. In questo modo avremmo abbassato il costo dell’energia.
DA RESTITUIRE E poi c’è il rischio che si debba restituire qualcosa. «La rendicontazione è a singhiozzo – continua – e io avrei chiesto una trasparenza maggiore. Inoltre non siamo riusciti a dare una responsabilità. Una cosa positiva c’è stata, abbiamo imparato un metodo di rendicontazione più funzionale. Prima del Pnrr avevamo un metodo di rendicontazione ex post, l’Europa ci ha costretto a farlo ex ante». La rendicontazione nondimeno è stata un problema ad esempio per quanto riguarda gli investimenti in ambito scolastico: fondi vincolati al completamento dei percorsi didattici, con l’obbligo di un numero minimo di studenti per ogni lezione e la difficoltà di garantirlo.
Andrea Ballone


