L’Inchiesta / Quelle diagnosi in cui Carlo diventa Anna… 

Esiste una zona grigia delle diagnosi, quelle troppo facili. Anche se, come spiega Andrea Novelli dell’Associazione italiana dislessia, non è così semplice “truccare una diagnosi di Dsa” ovvero di Disturbo specifico dell’apprendimento: «Le diagnosi dsa sono le più difficili da modificare. I criteri sono stabiliti a livello nazionale e sono stringenti. L’unico modo è quello di modificare i dati dei test. I professionisti rispondono personalmente delle proprie certificazioni. Gli stessi test non possono essere ripetuti prima di sei mesi. Inoltre non è un solo test che determina la dislessia. Si deve descrivere un profilo funzionale. Si fanno fino a 15 test, dove si vedono flessioni e cadute e mettono in moto la memoria breve termine, l’attenzione, il calcolo, la lettura e la parola. L’errore ci può essere in un test, ma è difficile sbagliare un intero profilo».

DIAGNOSI SOSPETTE Eppure non di rado dei professori si accorgono che ci sono delle diagnosi quanto meno sospette. È il caso ad esempio di Marco (il nome è di fantasia) al quarto anno di liceo scientifico ha un’insufficienza in matematica a due mesi dalla fine della scuola. Nonostante i voti ottimi in ogni materia, alla fine di un anno passato per buona parte del tempo in didattica a distanza, i genitori si presentano dai docenti con una certificazione per Dsa, che agli occhi dei medesimi appare quantomeno sospetta. La sigla Dsa indica una serie di disturbi dell’apprendimento come dislessia, disgrafia e discalculia, che danno diritto agli studenti a seguire gli studenti, essere interrogati e svolgere le prove scritte con la possibilità di usare degli strumenti compensativi, come schemi e mappe concettuali oppure più tempo per svolgere una prova, o dispensativi, come la possibilità di scrivere in stampatello anziché in corsivo, la non valutazione degli errori di ortografia o il non dover imparare a memoria date e verbi in lingua straniera; strumenti insomma che facilitano lo studio, da non confondere con le strategia e i Piani educativi messi in atto per gli studenti che hanno diritto “al sostegno” ovvero per chi ha una disabilità certificata.

COME SENTENZE Nel caso di Marco però gli insegnanti non avevano notato la necessità di misure compensative e dispensative:

Nemmeno io che insegno latino – spiega una docente – avevo pensato fosse dislessico. Capita che genitori apprensivi di ragazzi che non hanno gravi problemi a scuola decidano comunque di sottoporli a test per verificare disturbi dell’apprendimento.

Nel caso di Marco, per il centro privato al quale si sono rivolti i genitori il ragazzo è dislessico; negli ultimi giorni di scuola grazie alle interrogazioni “con l’aiuto” riuscirà a recuperare l’insufficienza. Quello che sarà più difficile da recuperare è l’autostima. Il ragazzo ha letto una diagnosi in cui si dice che il suo Quoziente intellettivo è di 86: un punto sopra il ritardo. È scoppiato in lacrime.

COPIA INCOLLA Ai docenti è rimasto il dubbio di avere incrociato una di quelle “false certificazioni” di cui gli insegnanti parlano in corridoio, a margine dei consigli di classe, ma senza avere degli strumenti per potere entrare nel merito o, nella maggior parte dei casi, anche solo confrontarsi con i professionisti che hanno sottoscritto la diagnosi. Non è un argomento di cui si parla volentieri in pubblico: «Almeno una volta nella vita – racconta un altro professore – capita di vedere una di queste certificazioni che lasciano perplessi. Io avevo un ragazzo che scriveva come un normografo. Fu certificato come disgrafico. A una mia obiezione è stato risposto che anche scrivere troppo bene è una forma di disgrafia». Un’altra docente ricorda invece che «poco tempo fa stavo leggendo una diagnosi per preparare un Piano didattico personalizzato, all’improvviso nel documento la mia studentessa diventava uno studente cambiando nome. Quanto meno una negligenza, ma quello che resta a noi insegnanti che leggiamo è l’evidenza di un copia-incolla fatto male tra due diagnosi; che autorevolezza può avere quello che leggiamo?».

Andrea Ballone

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