Ridisegnare la medicina territoriale partendo dai medici di famiglia. È questo l’obiettivo della riforma promossa dal ministro della Salute Orazio Schillaci, che introduce un cambiamento strutturale destinato a incidere profondamente sull’organizzazione dell’assistenza primaria. Al centro del progetto c’è il cosiddetto “doppio binario”, secondo cui accanto al modello tradizionale in convenzione, viene prevista la possibilità di diventare dipendenti del Servizio sanitario nazionale. Tutta una serie di novità che hanno incontrato una reazione immediata nel mondo professionale.

NOVITÀ Nodo centrale della riforma le Case di Comunità, strutture chiave della sanità territoriale finanziate anche con il Pnrr. Qui i medici di medicina generale lavorerebbero in équipe multidisciplinari, con un’attenzione particolare ai pazienti cronici e fragili, puntando su continuità delle cure e presa in carico più strutturata. Ma è proprio su questo passaggio che emergono le prime criticità. Il nuovo modello supera in parte l’impostazione tradizionale, centrata sul rapporto fiduciario tra medico e paziente, per spostarsi verso una logica più organizzata e integrata nel sistema. Un cambiamento che rischia di avvicinare la medicina territoriale a quella ospedaliera, con possibili ricadute sull’autonomia professionale. Ma tra gli aspetti più discussi anche il sistema di remunerazione. Si passerebbe progressivamente da un criterio basato sul numero di assistiti a uno legato agli obiettivi di salute e alla partecipazione alla rete territoriale. Ma se da un lato l’intento è valorizzare la qualità dell’assistenza, dall’altro resta aperto il nodo su come misurare concretamente questi obiettivi senza appesantire il lavoro burocratico dei medici. E il dibattito resta acceso anche sul fronte della formazione e dell’accesso alla professione. La riforma si inserisce infatti in un contesto già segnato dalla carenza di medici di famiglia e dalla difficoltà di rendere attrattivo questo percorso per i giovani.
FIDUCIA «È un tentativo di riforma blitz in un momento in cui la categoria stava chiedendo confronto già da tempo» osserva il dottor Alessandro Rubino, medico di famiglia e vice segretario provinciale Fimmg Pavia. Il tutto ricordando come da anni si attenda l’atto di indirizzo della Conferenza delle Regioni, passaggio necessario per arrivare al rinnovo del contratto nazionale. E sul piano dei contenuti, Rubino invita a chiarire l’obiettivo di fondo. «Dobbiamo decidere se vogliamo curare le strutture o le persone – spiega – Il rischio è che il nuovo modello finisca per indebolire il rapporto fiduciario e la prossimità con i pazienti, elementi centrali nella medicina generale, così come allontanare i giovani che si vogliono avvicinare alla professione». E una delle maggiori criticità è il sistema basato su turni, in cui il paziente ogni volta troverebbe un medico diverso, portando inevitabilmente a una qualità di cura più bassa. Rubino chiarisce però che non c’è una contrarietà alle Case di comunità perché «possono avere un ruolo importante di integrazione, se sono legate a obiettivi di salute». Il punto è un altro,
serve infatti un atto di indirizzo chiaro che permetta di aggiornare il contratto. Il tema non è il tipo di rapporto di lavoro, ma cosa si va a fare in quel lavoro.
CRITICITÀ Quindi dubbi e incertezze non solo da parte dei professionisti, ma una presa di posizione anche da parte delle associazioni, prima su tutte il Codacons. Recente è la campagna “Non toccate il medico di famiglia”, una mobilitazione civica a tutela del ruolo dei Mmg. «La sanità territoriale va potenziata con servizi veri, personale adeguato e strutture pienamente operative – spiega l’associazione – Le Case di Comunità possono rappresentare un’opportunità solo se accessibili, funzionanti, dotate di medici, infermieri, tecnologie, servizi e collegamenti effettivi con il territorio». Una riforma in cui «il medico di famiglia non può diventare il capro espiatorio dei ritardi della sanità territoriale – conclude il Codacons – perché se il nuovo modello organizzativo non viene accompagnato da risorse, personale e servizi domiciliari, il rischio è spostare semplicemente il problema, lasciando cittadini e pazienti senza risposte concrete».
Rossana Zorzato

