Peste suina, in provincia crollano gli allevamenti

Nonostante le misure di restrizione il territorio pavese è ancora alle prese con la peste suina africana, con una popolazione di suini scesa da 230mila a 60mila unità e 38 casi positivi rilevati su cinghiali da inizio anno.

SITUAZIONE PREOCCUPANTE I numeri indicati dal dipartimento veterinario di Ats Pavia, presentati durante un convegno sull’andamento sanitario ed economico della Psa tenutosi lo scorso 15 maggio all’istituto agrario Carlo Gallini di Voghera, lo confermano: da quando è iniziata l’emergenza, estate 2023, sono crollati «da 230mila a 60mila i suini presenti nelle 170 aziende del territorio pavese – spiega Alessandra Favilli, direttrice del dipartimento veterinario Ats Pavia – Attualmente risultano attivi (con capi) solo 30 allevamenti commerciali. Gli allevamenti oggetto di focolaio nel 2023 e nel 2024 non sono stati più accasati e, a oggi, il commissario straordinario Giovanni Filippini non ha dato parere favorevole né è stato stilato un protocollo operativo da seguire per ripopolare questo tipo di allevamenti. Molti altri allevamenti non hanno riaccasato per il deprezzamento che subirebbero i capi provenienti da zone di restrizione al momento dell’invio al macello».

Regione Lombardia ha indicato alle Ats di proseguire con i controlli ufficiali in materia di biosicurezza suina.

VIRUS CHE NON SI FERMA Da inizio 2025 a oggi inoltre il dipartimento veterinario di Ats Pavia ha notificato 38 positività sul selvatico in provincia di Pavia e 31 nelle provincie di Milano e Lodi. Molti di questi animali sono stati rinvenuti deceduti, dato che nella popolazione selvatica la malattia sta continuando a fare il suo corso. A preoccupare esperti e ricercatori è la resistenza del virus e la sua capacità di adattamento a più condizioni climatiche: «L’unica cosa che al momento possiamo fare – illustra Giacomo Gualdana, dirigente del dipartimento veterinario di Ats Pavia – è monitorare settimanalmente l’andamento del virus. Non abbiamo ancora e non disponiamo di dati se effettivamente ci troviamo nella fase in cui la malattia potrà rallentare la propria diffusione fino a estinguersi, o se invece continuerà a essere presente ancora a lungo. Dal punto di vista sanitario l’unica strada percorribile è rispettare le norme di biosicurezza, effettuando nelle zone a restrizione III controlli una volta ogni tre mesi, mentre nelle zone I e II almeno due volte l’anno, con un intervallo di tempo di almeno 4 mesi di distanza tra il primo e il secondo controllo. Seguiamo le disposizioni di Regione Lombardia e del commissario straordinario».

SETTORE IN GINOCCHIO Continua di fatto a regnare incertezza, mentre gli allevatori si chiedono quando potranno riprendere con le loro attività: «Siamo in grande difficoltà – evidenzia Giacomo Dal Verme, allevatore pavese – l’agricoltura sta pagando un prezzo altissimo e troppe imprese rischiano di non riprendersi mai più. Le risorse allocate fino a questo momento, purtroppo, sono ben lontane da quelle necessarie a garantire un piano di risanamento che consenta la riapertura degli allevamenti, la protezione delle filiere e la sicurezza alimentare. È in gioco tutto il settore, 26 mila aziende e un valore di oltre 13 miliardi di euro tra produzione e industria. Per questo serve una risposta rapida e forte, che non solo affronti l’emergenza sanitaria, ma che dia anche un segnale di fiducia a chi, nonostante le difficoltà, continua a credere nel futuro della propria attività. Ci servono aiuti per coprire i danni che abbiamo subito in questi anni e per consentirci più stabilità per il futuro».

Edoardo Varese

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