Secondo i dati dell’Istat, il Pei è in ritardo per uno studente su cinque

C’è un momento, tra settembre e ottobre, in cui gli insegnanti di sostegno sanno di dover correre contro il tempo. Il Piano Educativo Individualizzato – il PEI – deve essere scritto, discusso con le famiglie e approvato dal Gruppo di lavoro operativo. È il documento che definisce obiettivi, strumenti e modalità didattiche degli alunni con disabilità. Senza quel piano, l’anno scolastico rischia di partire senza una direzione chiara. Secondo gli ultimi dati ISTAT al 31 ottobre il 17% degli studenti con disabilità era ancora senza PEI. In pratica, quasi uno su cinque aveva iniziato la scuola senza una programmazione formalizzata. Numeri che raccontano un sistema in difficoltà, stretto tra burocrazia, carenza di continuità didattica e servizi territoriali sempre più affaticati.

RITARDI E CAUSE «Il problema del PEI risiede anche nel fatto che gli insegnanti di sostegno vengono nominati solo dal primo settembre – spiega Merj Caiazzo, docente di sostegno e responsabile della funzione strumentale inclusione all’istituto Luigi Casale di Vigevano – Quando un insegnante entra in classe deve avere il tempo per osservare e conoscere i ragazzi più fragili. Se poi le nomine arrivano in ritardo, tutto si complica». A rallentare il percorso sono anche le certificazioni sanitarie. «Molte famiglie non sanno che bisogna arrivare all’iscrizione con la diagnosi aggiornata – continua Caiazzo – Questo allunga i tempi di presa in carico dello studente e crea difficoltà organizzative». Nonostante tutto, ci sono scuole che riescono a contenere gli effetti del sistema. «Il nostro istituto è un’isola felice.

C’è collaborazione tra uffici e insegnanti e si cerca di arrivare all’inizio dell’anno senza affanni. Ma servirebbe un aiuto concreto alle famiglie più fragili.

scuola sospensioni

NON SOLO BUROCRAZIA Il PEI però non è soltanto un documento tecnico. La legge prevede che sia collegato al “progetto di vita”, un percorso che guardi oltre la scuola: lavoro, autonomia e relazioni sociali. E qui emerge un’altra fragilità. Secondo l’ISTAT, solo il 40% degli studenti ha un PEI coerente con un progetto di vita formalizzato, mentre nel 55% dei casi quel progetto non esiste affatto. «Nella nostra scuola le tempistiche del PEI vengono rispettate – racconta Michele Damaschi, insegnante di sostegno alla scuola media Robecchi di Vigevano –. La situazione si fa invece critica proprio sul progetto di vita. Spesso siamo noi docenti a costruire il PEI insieme alle famiglie, ma senza un reale supporto delle Neuropsichiatrie infantili, ormai sature di richieste».

MANCA CONTINUITÀ Secondo Damaschi, uno dei nodi centrali resta la mancanza di continuità. «Il turn-over dei supplenti azzera ogni anno la memoria storica e distrugge la continuità educativa. La stabilità dei docenti di ruolo diventa fondamentale». Il rischio, avverte l’insegnante, è che il PEI perda la sua funzione educativa più autentica.

A volte il documento finisce per essere compilato solo per tutelare l’aspetto formale della valutazione o per proteggere la scuola da eventuali ricorsi. Così si abbassano gli obiettivi pur di garantire una sufficienza immediata, dimenticando di valorizzare le reali potenzialità dei ragazzi.

E NELLE SUPERIORI? Alle superiori, le conseguenze diventano ancora più pesanti. È il PEI a stabilire se il percorso sarà equipollente oppure differenziato, con una semplice certificazione finale delle competenze. Secondo l’ISTAT, il 37% degli studenti con disabilità segue un percorso non equipollente e non ottiene il diploma vero e proprio. Anche sul fronte dei PCTO emergono profonde differenze territoriali. L’87% degli studenti con disabilità partecipa ai percorsi di orientamento e formazione, ma al Nord prevalgono le esperienze in azienda, mentre al Sud molte attività restano interne alla scuola. Per Damaschi, dietro questi numeri si nasconde anche un problema culturale. «La scuola tende a eliminare ogni forma di frustrazione. È un errore pedagogico: la vita reale mette davanti alle difficoltà e privare i ragazzi di questi passaggi significa non prepararli davvero al futuro».

Isabella Giardini Massimo Sala

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