Europee / Quali politiche per l’equità?

La povertà in Italia è la condizione di quasi un cittadino su dieci. I dati Istat segnalano che quella assoluta è strutturale e in aumento nel nord Italia; nella penisola interessa il 9.7% della popolazione eppure «solo 15 anni fa il fenomeno riguardava appena appena il 3%».

Il contesto si completa con la storica presenza di salari bassi, tanto da aver fatto mettere nero su bianco da “The European House – Ambrosetti” – il think tank che organizza il forum di Cernobbio – che «è fondamentale agire sulle dinamiche salariali», considerando inoltre che l’Italia è l’unico dei grandi paesi europei ad aver visto una riduzione degli stessi negli ultimi trent’anni ed è tra le 12 nazioni dell’area Ocse in cui non sono ancora tornati ai livelli pre-Covid (-3.4%, quarto dato peggiore in Ue). Si comprende per quale motivo il tema della disuguaglianza socio-economica occupi una posizione di rilievo anche nelle “Riflessioni” della diocesi di Bergamo, che prendono spunto dall’appello “Per il bene comune” dei vescovi lombardi dello scorso marzo e vogliono essere uno spunto per i cattolici in vista delle elezioni europee di sabato e domenica.

Secondo stime di Credit Suisse – si legge – l’1% più ricco della popolazione europea detiene quasi un terzo delle ricchezze del continente, mentre il 40% più povero si divide meno dell’1% della ricchezza netta totale europea.

DISTORSIONI Una situazione non solo italiana che genera a sua volta ulteriore iniquità: «In primo luogo ricchi individui, aziende e gruppi d’interesse possono più facilmente condizionare i processi decisionali politici piegandoli ai propri interessi [..] In secondo luogo, i programmi di austerità attuati in alcuni Paesi Ue trasferiscono decisamente l’onere della riduzione del debito pubblico sulle spalle delle fasce più vulnerabili […] In terzo luogo, in molti Paesi europei l’iniquità dei sistemi fiscali non corregge il divario di reddito ma, al contrario, contribuisce di fatto ad allargare il baratro della disuguaglianza». Ecco perché si avverte la necessità di iniziative comunitarie

per spezzare la spirale della povertà, della disuguaglianza proponendo e sostenendo negli stati membri maggiore spesa sociale, migliore fornitura di servizi pubblici, lavoro e salari dignitosi, imposizione fiscale progressiva.

SOLUZIONI Di fatto si delinea una politica espansiva della spesa pubblica in ambito sociale e di servizi, ma anche un investimento sulle retribuzioni – in un altro passaggio si scrive che «l’Europa potrebbe arrivare a indicazioni sul tema del salario minimo» – che potrebbero essere finanziati con misure fiscali progressive e non regressive (come nel caso di “flat tax” e, nell’ambito degli incentivi, “superbonus”), qualcosa che potrebbe essere possibile solo previo accordo a livello continentale, visto che la stessa Ue ospita paradisi fiscali e paesi che praticano dumping salariale. Nell’edizione 2023 di “Global Attractiveness Index” del think tank Ambrosetti, per l’Italia si suggeriva di intervenire tramite estensione del Ccnl (ed eliminazione dei contratti spazzatura), salario minimo, rimodulazione aliquote Irpef, riduzione del cuneo fiscale e spostamento del carico fiscale dai redditi da lavoro ai redditi da capitale (una “patrimoniale”). I temi dell’equo compenso e della riduzione del carico fiscale sul lavoro dipendente tornano – dalle proposte del think tank Ambrosetti a quelle di Caritas – perché nella penisola, ma non solo, accanto alla povertà assoluta è sempre più forte la presenza della povertà relativa dei cosiddetti “working poor”, coloro che pur lavorando oscillano intorno alla soglia di sussistenza, pari all’11.5% degli occupati in Italia.

CATENA Il risultato è una concatenazione di disuguaglianze: più esposte alla povertà sono le famiglie numerose, con stranieri, monogenitoriali (2.8 milioni di cui il 16.9% in condizione di deprivazione), a maggior ragione se donne con figli a carico (41.3% dei nuclei risulta a rischio esclusione), e quelle che vivono in affitto; e sono i minori a pagare un dazio iniquo, con condizioni di partenza sfavorevoli e maggiore rischio dispersione scolastica: in Italia 1.27 milioni sono in povertà assoluta (dato 2022), il 13.4% degli under18, che arriva al 14.7% al di sotto dei tre anni. Non stupisce che tra il 2012 e il 2022 i minorenni sono diminuiti di quasi un milione (0.92), collegando povertà e declino demografico (la nascita può  mettere in crisi una famiglia).

Giuseppe Del Signore

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