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Figlio mio, quanto mi costi? Se la domanda fosse posta non da un genitore, ma dall’Italia a uno studente italiano, la risposta sarebbe tra 77mila e 228mila euro. E’ la forbice stimata dall’Ocse tra il costo per formare un diplomato e quello di chi arriva al dottorato di ricerca, passando da un laureato, in media una spesa di 164mila euro. Più che di “costo” in realtà sarebbe opportuno parlare di “investimento”, perché la persona formata dovrebbe poi andare a svolgere una mansione all’interno della società e moltiplicare le risorse di partenza attraverso quello che è il “capitale umano”. Ma cosa succede se a godere dei frutti dell’investimento non è chi lo ha fatto?
ALTROVE La domanda non è peregrina, perché secondo AlmaLaurea il 4% dei laureati del 2022 lavorano all’estero e secondo una stima di Ministero dell’università e Istat, pubblicata nel 2023, tra il 5% e l’8% dei laureati italiani vive oltreconfine. Così a fronte di 1.3 milioni di italiani tra i 25 e i 34 anni che hanno solo la licenza media, solo nel periodo 2011-2021 Fondazione Nord-Est e associazione Tiuk stimano che ne siano partiti altrettanti. Con «sei gravi conseguenze»: la prima «la perdita del capitale umano, quantitativa e qualitativa», col risultato che
nel 2011-21 l’Italia ha perso 38 miliardi di euro di capitale umano, ossia due punti di Pil.
La seconda la minore innovazione, quindi la minore nascita di imprese, maggiore difficolta nel «condurre le rivoluzioni verdi e digitale», natalità ancora più bassa e invecchiamento della popolazione più rapido. «Tutte le conseguenze elencate convergono nell’abbassare la crescita potenziale del Pil italiano», conclude lo studio.

PERDITA Un’altra stima, riportata nel saggio “Gioventù bloccata” di Valentina Magri e Francesco Pastore, suggerisce una perdita di 4.5 miliardi di euro all’anno, quasi un quinto della legge di bilancio (la “finanziaria”) che il Parlamento sta portando avanti in queste settimane. Il valore è dato anche dal fatto che gli altri stati – soprattutto Ue e Regno Unito – cercano i migliori laureati e nelle professioni a più alto valore aggiunto (Stem) o di cui c’è maggiore necessità (medici): «Sono tendenzialmente più brillanti (in particolare in termini di voti negli esami e regolarità negli studi) rispetto a quanti decidono di rimanere in madrepatria – scrive Almalaurea nel suo rapporto – e ciò è confermato sia tra i laureati a un anno sia tra quelli a cinque anni». I motivi per cui partono sono molteplici – a partire da un reddito più alto, l’Italia tra i paesi europei è tra quelli che remunerano peggio lo studio, +25% il differenziale rispetto a un diplomato contro il +35% tedesco o il +48% spagnolo, e da un accesso più rapido al mercato del lavoro – ma il vero dato che dovrebbe indurre ad azioni immediate è proprio la perdita del capitale, umano ed economico, che si è investito. Basta conoscere 6 laureati che vivono all’estero per avere davanti agli occhi una perdita di un milione di euro. Uno spreco di potenziale, come nel caso dei Neet, che un paese che invecchia, in cui i giovani sono sempre meno e nascono sempre meno bambini, non si può permettere.
Giuseppe Del Signore


