Ricordi in colonia, quel sottile filo di marmellata

La stazione di Vigevano che risuona di piccole voci in una mattina d’estate. Una valigia col nome di un bambino scritto sopra. Il fazzoletto della mamma che saluta dal marciapiede. Molti ragazzini che tra gli anni ’50 e ’60 partivano per la colonia estiva verso la spiaggia o i monti, non sapevano ancora che quella vacanza sarebbe rimasta impressa per sempre nella loro memoria. Anche se, per almeno uno di loro, non proprio in modo idilliaco.

FILO DI MARMELLATA Carlo Risso, classe ’49, ha frequentato la colonia estiva di Diano Marina per quattro anni a partire dal 1956: «Ricordo ancora – racconta – il direttore del primo anno, il famoso maestro Testa, un tipo all’antica, che insegnava educazione fisica e ci faceva fare ginnastica prima di colazione. Negli anni seguenti subentrò il maestro Pinotti, più malleabile. La colazione, invece, era sempre quella: quattro biscotti Oro Saiwa e una marmellatina Zuegg». Così poca che per farla stare su tutti i frollini bisognava spalmarla sottile sottile: mentre Risso parla, sembra di vedere ancora la scena. Più ampio invece lo scenario del secondo dopoguerra, quando il Comune di Vigevano aveva investito direttamente nelle colonie climatiche. Nel 1947 il Consiglio comunale deliberò l’acquisto di uno stabile a Diano Marina, destinato a diventare colonia marina; nello stesso periodo venne acquistato anche uno stabile a Fobello, in Valsesia, per la colonia montana. Le due strutture erano quindi già pienamente operative negli anni immediatamente successivi alla guerra, ma Diano Marina e Fobello non erano semplicemente luoghi dove trascorrere le vacanze:

per molti bambini rappresentavano probabilmente una delle poche occasioni per vedere il mare o la montagna.

L’ORGANIZZAZIONE Dietro quelle partenze c’era un’organizzazione comunale complessa, fatta di elenchi, visite mediche, personale, bagagli, treni o carrozze, offerte raccolte dalla città e famiglie che salutavano i figli per qualche settimana. L’archivio online del Comune di Vigevano consente di ricostruire non soltanto Diano Marina e Fobello, ma anche una rete più ampia di colonie e iniziative assistenziali. Per esempio, nel documenti del 1948 compare la Colonia elioterapica del Ticino, mentre nel 1950 risultano elencati anche bambini assistiti a Fogliano. L’archivio comunale conserva fascicoli sulle colonie anno per anno dal 1947 almeno fino al 1963, con domande, elenchi dei bambini, registri degli iscritti, certificati medici, quote di partecipazione e rendiconti. Nel 1963, per esempio, compaiono anche gli elenchi dei bambini di famiglie bisognose ammessi alle colonie marina e montana e il verbale con cui veniva formata la graduatoria.

LA PRIMA VOLTA Un elemento importante, che racconta un’epoca in cui la colonia non era semplicemente una vacanza: per tanti bambini di famiglie modeste poteva essere la prima occasione per vedere il mare o conoscere la montagna. Nel 1950 l’archivio comunale conserva addirittura le richieste di carrozze per il trasporto dei bambini a Diano Marina. Ci sono gli elenchi nominativi dei piccoli ammessi alla colonia marina e a quella montana, oltre alle domande di partecipazione. Nello stesso anno, inoltre, sono documentati gli elenchi del materiale spedito alle colonie, le tabelle dietetiche indicative, i rendiconti delle giornate di assistenza e la sistemazione delle squadre con i relativi elenchi delle assistenti. Quella della partenza è un’altra scena che si può facilmente immaginare: la stazione, le valigie, i genitori che accompagnano i figli, i bambini con il nome scritto sui bagagli, il viaggio verso la colonia. Per alcuni probabilmente era la prima separazione dalla famiglia, ma dietro quelle partenze si moveva un’organizzazione tutt’altro che improvvisata.

IL COMITATO Esisteva infatti un Comitato comunale per le colonie climatiche, con personale, direttrici, assistenti e turni. Nel materiale d’archivio compaiono anche relazioni settimanali della direttrice di Fobello, registri degli ammalati, quaderni delle spese e delle somme prelevate per la gestione quotidiana. Da notare la presenza di offerte di privati, ditte ed enti a favore delle colonie. Il Comune conservava gli elenchi delle oblazioni e inviava lettere di ringraziamento ai benefattori. Insomma, la colonia era una piccola impresa collettiva: c’erano il Comune, le famiglie, gli assistenti, i medici, i benefattori e naturalmente i bambini.

FUORI DAL CORO «La casa che ci ospitava – racconta Risso – aveva le camere da letto su più piani, col refettorio al pianterreno da una parte, e un pergolato dall’altra. La nostra area della spiaggia era delimitata da un filo, e la permanenza in acqua durava poco. In compenso le assistenti ci facevano il bagno in vasca una volta alla settimana, e la domenica ci spettava una passeggiata sul lungomare, mangiando il gelato. Poi c’era il cinema, con Stanlio e Ollio. Ma io ero abituato a girare per la campagna, a tuffarmi nelle rogge, e devo dire che a me sembrava di stare alla Cayenna, il famigerato bagno penale». Una voce fuori dal coro, quella del piccolo Carlo, poi diventato a sua volta insegnante di lettere. E proprio per questo, forse, più incline a metodi moderni. Eppure nella sua voce vibra una nota di nostalgia, appena una punta. Sottile come quella marmellata di 70 anni fa.

Davide Zardo

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