Lavoro povero / «Fondamentale agire sulle dinamiche salariali»

L’Italia è l’unico tra i grandi paesi europei in cui i salari sono più bassi rispetto a trenta anni fa e per questo «è fondamentale agire sulle dinamiche salariali». La necessità di arginare il lavoro povero e migliorare i redditi mediani non è sostenuta sulla terza di copertina di una riedizione de “Il capitale”, ma affermata con forza nell’ottava edizione del “Global Attractiveness Index – Il termometro dell’attrattività di un Paese” pubblicata da “The European House – Ambrosetti” ovvero il think tank che organizza il forum di Cernobbio, l’appuntamento italiano più esclusivo per il mondo dell’economia, della finanza e della politica nazionali e internazionali che si è svolto all’inizio di settembre.

AVVENIRE Il rapporto prende in considerazione l’attrattività dei Paesi del mondo e vede l’Italia al 17° posto, in miglioramento di quattro punti sul 2022 (66.3), ma distante 12.6 e 33.7 da Francia e Germania, ultima nazione del G7, la cui media supera gli 85 punti. Il ritardo italiano è dovuto soprattutto ai risultati insufficienti nei parametri relativi allo “Orientamento al futuro” considerati nell’indice, tra cui la quota di popolazione in età lavorativa con proiezione a 20 anni, la quota percentuale di Pil sul Pil mondiale e il Pil pro capite in una previsione a cinque anni, il numero di iscritti all’università in corsi di laurea STEM rispetto al totale della popolazione in età scolastica e il tasso di disoccupazione proiettato su un lustro. Alla luce delle “prestazioni” il board che cura il dossier, di cui fanno parte tra gli altri l’economista Lorenzo Bini Smaghi, il giornalista Ferruccio De Bortoli, l’ex ministro delle Infrastrutture Enrico Giovannini, ritiene che «per assicurare una maggiore attrattività e stimolare la crescita economica e sociale del Paese» sono importanti «un intervento urgente sui salari», uno «per accelerare la digitalizzazione del Paese» e uno «per favorire l’ecosistema della ricerca e dell’innovazione».

AL PALO Soprattutto al tema dei redditi si dedica grande attenzione, anche perché dal 1991 la situazione non solo è congelata, ma peggiora. «Nel 2022 il salario medio in Italia era pari a 44893 dollari (corrispondente a 42090 euro), una cifra più bassa di 488 dollari rispetto al 1991, quando il salario medio italiano era pari a 45342 dollari». Nello stesso periodo Francia e Germania «oltre ad avere salari medi nettamente più competitivi rispetto all’Italia nel 2022» hanno anche registrato «crescite a doppia cifra dei propri salari medi dai livelli del 1991». Il tutto in uno stato che ha il quinto cuneo fiscale in area Ocse, «pari al 45.9% del costo del lavoro» a fronte di una media del 34.5% e di un mercato occupazionale che fatica a fronteggiare disoccupazione, precarietà, lavoro povero: «L’11.4% della popolazione, benché occupata, è a rischio di povertà. Agire quindi sulla situazione salariale è dirimente per il futuro del Paese». E il rapporto richiama l’articolo 36 della Costituzione secondo cui «il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa».

FIL-ROUGE Il richiamo alla Costituzione consente di cogliere anche un’altra dimensione dei salari in Italia, quella storica. Se il tema del lavoro povero è diventato centrale negli ultimi anni e in particolare con il ritorno dell’inflazione nel 2022, stante anche la difficoltà della contrattazione collettiva di seguirne il ritmo sia per i ritardi nei rinnovi sia per gli incrementi inferiori all’aumento del costo della vita (nei primi cinque mesi del 2023 +2.3% contro un’inflazione annuale stimata al 6.6%) sia perché ne resta escluso tra il 10 e il 15% dei lavoratori subordinati, i salari bassi sono una costante italiana. Il problema esisteva nella penisola preunitaria ed emerse con sempre maggiore forza nel Regno d’Italia e poi nella Repubblica, associandosi tra l’altro quasi sempre a snodi significativi della vita del Paese. Su tutti valga l’ascesa del fascismo all’indomani delle fallite lotte di operai e contadini che, tra le altre cose, rivendicavano giusti salari. Nel Ventennio gli stipendi per le classi popolari conobbero un calo.

Nuova PA - lavoro in ufficio

EFFETTI Se per una volta si andasse nella direzione opposta, secondo il think thank Ambrosetti, i risultati sarebbero considerevoli. Nell’ipotesi di colmare della metà il divario con la Germania, per il Pil l’effetto di 154.1 miliardi di euro in più di retribuzioni lorde comporterebbe, al netto di tasse e quota destinata al risparmio, un aumento dei consumi interi del 4.8%, pari a 74 miliardi di euro, mentre il maggiore gettito fiscale sarebbe equivalente a 65.2 miliardi di euro. Un’analisi che «non considera la questione della sostenibilità economica delle imprese. Alcuni comparti, a basso valore aggiunto, si reggono quasi strutturalmente sui bassi livelli retributivi. Sostenere tuttavia che è inevitabile mantenere gli attuali livelli salariali per garantire la sopravvivenza delle imprese, senza invece chiedersi se sia accettabile avere interi comparti economici basati interamente sul semi-sfruttamento, forse non è la strategia più opportuna per un Paese solidaristico».

STRUMENTI Come ottenere il risultato? Il salario minimo proposto dalle forze di opposizione nel corso dell’estate, che nell’Ue non hanno adottato in tutto cinque stati membri, sarebbe «una delle modalità con cui è possibile affrontare la crisi salariale, ma non l’unica (né esaustiva; ad esempio, non affronta la questione legata ai bassi salari mediani)». Gli obiettivi dovrebbero essere «affrontare la questione dei working poors» con strumenti legislativi quali estensione del Ccnl e salario minimo e «affrontare la questione dei bassi salari mediani» tramite rimodulazione aliquote Irpef, riduzione del cuneo fiscale e spostamento del carico fiscale dai redditi da lavoro ai redditi da capitale (una formula elegante per dire “patrimoniale” sui beni mobili).

LA SITUAZIONE Anche il territorio ne ricaverebbe un impatto positivo. Se in Provincia il reddito medio netto nel 2022 è stato di 16123 euro, penultimo in Lombardia a fronte di una media regionale di quasi 23mila, nel 2020 Vigevano si attestava a 20345 e anche i centri lomellini si mantenevano al di sopra del valore provinciale: Mortara a 20281, Gambolò a 19336, Mede a 19499, Garlasco a 19739, Cava Manara a 22115, Cassolnovo a 19550. Accanto a questi però Villa Biscossi si fermava a 14181, Galliavola a 15653, Valeggio a 15290, meno della metà dei 34568 di Torre d’Isola. Dati che spiegano come mai il direttore di Caritas diocesana, don Moreno Locatelli, da tempo sottolinei che «in Lomellina uno stipendio non basta più».

Giuseppe Del Signore

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