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Sì, no, astenersi: come si posizionano i partiti, le parti sociali e le associazioni di categoria rispetto ai quattro quesiti sul lavoro che saranno votati nel referendum del prossimo 8 e 9 giugno?
Partendo dalla politica, la maggioranza è compatta: Fratelli d’Italia, Forza Italia e Lega hanno espresso l’invito a non presentarsi alle urne con l’obiettivo di non far raggiungere il quorum necessario per la validità della consultazione. Unica parziale eccezione Noi Moderati, che ha esortato a presentarsi ai seggi per votare “no”. Più variegato il panorama tra le forze di opposizione: Alleanza Verdi Sinistra e il Movimento 5 Stelle chiedono di esprimersi con quattro “sì”, il Pd ha espresso due posizioni diverse, la prima con la segretaria Schlein per il “sì” su tutte e quattro le schede, la seconda con l’area “riformista” (di fatto quanti si riconoscono nell’eredità renziana) che ha suggerito di esprimersi per il “sì” sul quarto quesito, quello sulle responsabilità delle ditte appaltanti, e non ritirare le altre tre schede. Simile la postura di +Europa: “sì” sulle ditte appaltanti, “no” sugli altri tre. Azione e Italia Viva invece sono per il “no” a tutti e quattro.
SINDACATI Articolata anche la posizione dei sindacati, in particolare la Cgil fa parte del Comitato promotore ed è anzi il vero motore dell’iniziativa, con tanto di “fac simile” delle urne in cui i quattro quesiti diventano «Vuoi fermare le morti sul lavoro?», «Vuoi abolire i contratti precari?», «Vuoi impedire licenziamenti illegittimi?», «Vuoi un equo risarcimento?». Su una posizione diametralmente opposta la Cisl: «Il lavoro non si difende guardando al passato, i referendum non sono la scelta giusta» chiarisce sin dall’inizio un volantino diffuso sulla prossima consultazione. Il mondo produttivo è del tutto contrario, per Confindustria si tratta di «un ritorno al passato» (invece Assolombarda non assume pubblicamente una posizione), Confartigianato sta facendo attivamente campagna per il “no”, tanto che sui siti di molte delle sedi territoriali si spiegano le ragioni per cui esprimersi contro.
a cura di Gds, Ec, Ig, Dz.
2Catalano (Cgil): «il sì serve anche perché la politica ascolti»
La Cgil non è solo “parte sociale” interessata dal referendum, ma è stata il principale soggetto promotore. Il segretario provinciale Fabio Catalano rivendica la scelta: «Per anni la nostra organizzazione ha tentato di “pungolare” la politica, ma non abbiamo ottenuto aperture serie». Scontata perciò l’indicazione di votare “sì” a tutte e quattro le domande referendarie.
Per quanto riguarda il primo, «la reintegra del lavoratore licenziato ingiustamente, di fatto, non esiste se non in alcuni casi residuali», questo a causa della norma che si propone di abrogare, «per gli assunti dopo il 7 marzo 2015 vale il “contratto a tutele crescenti” che prevede il solo indennizzo economico per le lavoratrici ed i lavoratori licenziati illegittimamente. Il nostro compito deve essere anche quello di evitare disparità di trattamento tra i lavoratori, ricomponendo la normativa e facendo in modo che tutti possano avere diritto ad un reintegro nel loro posto di lavoro se vengono licenziati ingiustamente». Ragionamento analogo per il secondo quesito, mentre per il terzo «chiediamo è una migliore regolamentazione. Si diceva che questa maggiore “flessibilità” del mercato del lavoro avrebbe portato una maggiore produttività, ma ora, dopo 10 anni, possiamo dire che era una previsione sbagliata. Questa dei contratti atipici e a termine è una tendenza che va fermata, per dare un esempio in provincia di Pavia l’80% delle nuove assunzioni fatte è con questi tipi di contratto. Stiamo parlando della grande maggioranza di chi entra nel mondo del lavoro». Per il quarto «molti degli infortuni sul lavoro avvengono nel meccanismo degli appalti, di questi il 70% avviene nei subappalti. Ciò che noi chiediamo è di estendere, in ogni caso, la responsabilità civilistico-risarcitoria all’azienda appaltante. Senza questa modifica molte volte si rischia che non si riescano nemmeno a trovare, in caso di infortuni o addirittura morti, le aziende direttamente responsabili di quanto accaduto».
3Contessa (Cisl): «Orientamento ben preciso, ma scelta libera»
Per la Cisl la parola chiave è «libertà di scelta», ma con un orientamento ben preciso verso il “no” da parte del sindacato. Quella lasciata agli iscritti del sindacato e che nasce dalla perplessità «sia sul metodo che sul merito» dei quesiti per i quali si voterà l’8 e il 9 giugno. Spiega Marco Contessa (segretario provinciale Cisl Pavia-Lodi): «Non è un avanzamento, ma un ritornare al passato. Stiamo votando, nel 2025, per abrogare una legge del 2014, quando sia tramite provvedimenti della corte costituzionale sia tramite i decreti attuativi si è riuscito a correggere il tiro su vari aspetti». L’esempio lampante per Contessa riguarda il primo quesito: «Si eliminano i contratti cosiddetti “a tutele crescenti”, ma questo non porta certo al ritorno dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori. Porta al ritorno alla legge Fornero». Per la Cisl un arretramento importante: «Con il Jobs Act l’indennità massima è 36 mesi, con la Fornero 24». Certo la Cisl pensa che la norma vada cambiata, ma non un referendum, bensì con proposte al Parlamento. Stesso pensiero sul secondo quesito, per Contessa «con il “sì” la conseguenza sarà che lasceremo ai giudici la possibilità di scegliere l’entità dell’indennizzo della persona licenziata. Non si può garantire che questo comporterà una cifra superiore alle 6 mensilità». La contrarietà permane anche per gli altri due quesiti, per il terzo, «non è con l’obbligo di causale che diminuiscono i contratti a termine, ma attraverso regole più stringenti nei contratti collettivi nazionali», per il quarto «serve assumere nuovi ispettori del lavoro e maggiore bilateralità. Per quanto riguarda il quesito l’obbiettivo di fare diventare il committente finale responsabile anche per tutti i rischi dell’impresa appaltatrice potrebbe diventare un togliere responsabilità all’appaltata».
4Grechi, Confartigianato: «Un no deciso e consapevole»
E’ un «“no” consapevole sui quesiti del lavoro»: si esprime, in estrema sintesi, con questa affermazione perentoria la posizione di Confartigianato Vigevano e Lomellina sul tema lavoro nel “Referendum 2025”. «L’esperienza di questi anni ha dimostrato che l’occupazione cresce e si stabilizza quando il sistema normativo trova un equilibrio tra le legittime tutele dei lavoratori e le necessità di flessibilità e competitività delle imprese. – puntualizza Luigi Grechi presidente di Confartigianato Vigevano e Lomellina – Votare “no” ai quattro quesiti referendari sul lavoro del 2025 significa quindi, difendere questo importante, determinante, equilibrio, evitando un ritorno a un sistema che aveva già dimostrato di non funzionare, avere parecchie incongruenze al proprio interno. Quello che invece si vuole nel modo più diretto e incisivo possibile è promuovere un mercato del lavoro che sappia coniugare tutele, diritti e sviluppo economico nell’interesse di tutti: lavoratori, imprese e sistema-paese. La vera tutela dei lavoratori e del lavoro passa attraverso politiche equilibrate che favoriscano la competitività di tutto il sistema produttivo, senza lasciare fuori nessuno». Grechi sottolinea che «occorre puntare sulla riduzione strutturale del costo del lavoro con interventi organici sul cuneo fiscale e contributivo per liberare risorse da destinare all’innovazione e alla qualità dell’occupazione. E valorizzare la contrattazione collettiva a tutti i livelli. Passare quindi a semplificare la normativa e digitalizzazione dei processi amministrativi, infine puntare sugli investimenti nella formazione tecnica e nelle competenze digitali per preparare il capitale umano alle transizioni tecnologiche ed ecologiche che sono il vero motore della competitività futura». Sul fronte degli industriali, se il presidente di Confindustria ha dichiarato al Corriere della Sera che i referendum propugnano un «ritorno al passato», Assolombarda sottolinea «non commentiamo temi politici» e preferisce dunque un no comment.
5Damiani (Acli): «Un momento di democrazia e partecipazione»
La direzione nazionale delle Acli dà l’indicazione di votare “sì” al referendum sulla cittadinanza mentre lascia libertà di scelta sugli altri quesiti riguardanti il lavoro. «Il referendum – spiega il presidente Acli della provincia di Pavia, Andrea Damiani – è l’unico momento di democrazia, vero luogo di partecipazione dove non si può dare una delega, ma si ha la possibilità di esprimere il proprio parere». Per quanto riguarda i 4 quesiti referendari sul lavoro, le Acli hanno scelto di non essere tra i promotori e di non indicare una preferenza di voto. «Invitiamo però tutti i nostri soci ad andare a votare – spiegano dalla direzione nazionale di Roma – e in qualità di associazione di lavoratori, crediamo importante cogliere questa occasione per attivare un confronto diffuso e convinto sulle questioni principali che riguardano il mondo del lavoro. In questo senso ci impegniamo a favorire una partecipazione informata, che serva sia a rendere le persone più consapevoli». E sulla comunicazione? «Purtroppo – spiega il presidente provinciale Andrea Damiani – è assente nei grandi media. Non mi piace che da parte di rappresentanti dello Stato ci sia un invito all’astensione. Qui non c’è un “forse”, ma un sì o un no. E tutti devono essere liberi di esprimersi. Mortificare un referendum significa mortificare la democrazia. Bisogna sempre esprimere il proprio pensiero, la politica deve essere vicine alle persone affinché le persone possano essere vicine al referendum. Io personalmente tengo a tutti e cinque i referendum, in particolare a quello relativo alla responsabilità degli appalti, che attualmente è in carico alle imprese, ma ritengo giusto che sia assegnata agli enti locali. Le cooperative non sono semplici gestori di servizi, ma attori di un impegno sociale».





Per tantissimi italiani il non raggiungimento del quorum è obiettivo altrettanto importante e necessario
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