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«Buenas tardes….Soy Nancy Rolandi de Paraguay….necesito por favor me puedan enviar un certificado original de bautismo de mi Avo Italiano Pietro Gioanni Rolandi Pagani…necesito gestionar la ciudadanía italiana y precisó de ese documento…. en espera de una respuesta favorable envío adjunto una copia que tengo en mi poder ….le saluda atte Nancy Rolandi…..gracias». E’ una delle circa 25 arrivate nell’ultimo anno alla casella di posta de L’Araldo e dell’Ufficio comunicazioni sociali. Alcune sono più dettagliate, altre in un italiano più o meno corretto, molte arrivano dai diretti interessati, qualcuna da agenzie. C’è chi conosce solo un nome e un anno, chi ha il nome di un comune che ormai non esiste più, chi riporta toponimi impossibili da decifrare, chi si chiede conto di nomi già ispanizzati. Sono le email che arrivano dal sud America, quasi tutte da Argentina e Brasile. Sono le lettere degli altri aspiranti alla cittadinanza italiana, quelli che in Italia non risiedono, che non parlano italiano, che non pagano le tasse semplicemente perché non vivono qui.

LETTERE DALL’AMERICA «Cerco l’atto di nascita di Giovanni Battista Travaglino, nato nel 1850, è indispensabile per ottenere la mia cittadinanza». Non sempre le informazioni sono chiare: si vuole rintracciare il luogo di nascita del bisnonno materno, Oreste Fragula, nato nel 1901 «a Castello», ma chissà se «Casteggio, Castellaro o Castelletto», il certificato di matrimonio e quello di morte indicano nomi diversi, tra cui «Torre del Monte». E poi si va alla ricerca di «Angeles Bompiani di Sartirana», del figlio di «Angel Baladore e Catalina Ballastrini di Balossa Bigli», nato o nel 1864 o nel 1866, di «Agustin Perversi» classe 1859, di «Valentin Cantoni di Olevano», nato addirittura nel 1839 e probabilmente partito quando l’Italia era «solo un’espressione geografica», come affermava Metternich (che all’epoca del resto era vivo e vegeto e ancora a capo di quell’impero asburgico che comprendeva la Lombardia, ma non la Lomellina). Suddito del Regno di Sardegna doveva essere del resto anche Pietro Gioanni Rolandi Pagani, «battezzato alla Garbana, nato il 23 novembre 1835», partito chissà quando.
Le richieste sono tutte simili: atti di nascita, certificati di battesimo da spedire o in sud America o presso caselle postali sparse per tutta la penisola, da Vibo Valentia a Campobasso, da Piacenza a Campospinoso, c’è anche chi si appoggia ad agenzie che non si capisce se siano ancora operative, come la “Sos Italia” di Pistoia.
CUGINI LONTANI Ci sarebbe da perdersi in queste storie, che poi sono le storie di un’altra Italia, quella che partiva per cercare una fortuna che nella penisola non c’era: volevano la terra, volevano salari giusti, due cose che qui arrivarono solo con la Repubblica. Ma al di là dell’aspetto romantico, ce ne sono altri molto più concreti, questi 6.5 milioni di italiani lo sono al 100%: votano, possono accedere agli stessi servizi di chi risiede all’interno del territorio nazionale, a partire dal Sistema sanitario nazionale, senza però contribuire al loro mantenimento ovvero senza pagare le tasse perché restano residenti al di fuori del territorio nazionale. Tra questi c’è chi è nato in Italia e si è trasferito oltreconfine, ma tanti sono nati all’estero, da famiglie in cui l’ultima persona ad aver calpestato il suolo patrio o aver pronunciato una parola nella «lingua del sì» è stata il trisavolo (più probabilmente in dialetto che sciacquando i panni in Arno, del resto nel 1835 e nel 1839 Manzoni non aveva ancora ultimato la Quarantana).

CAUSA EFFETTO Allora perché chiedere la cittadinanza di un paese che non si conosce? Oltre all’idillica riconnessione con le radici ancestrali è allettante accedere gratuitamente o a costi molto vantaggiosi al Ssn, malandato ma ancora oggi uno dei più inclusivi al mondo, potersi spostare liberamente in Ue e in generale in 192 paesi sparsi in tutto il mondo, visto che il passaporto italiano è il secondo più accettato nel globo dopo quello di Singapore, di conseguenza potersi spostare più facilmente anche alla ricerca di un lavoro. Indubbi benefici per chi può accedervi, una platea che si stima in 30 milioni di persone potenziali, più della metà della popolazione oggi residente nel Belpaese; anche se non tutti fanno domanda, nel 2023 solo il consolato di San Paolo ha gestito 45mila iscrizioni all’Aire (l’anagrafe estera). Quanto basta per far sviluppare un mercato di agenzie pronte a supportare i richiedenti nella presentazione delle domande, nella trascrizione dei documenti e nei solleciti, per cifre che possono variare anche dai 5mila ai 10mila euro. Del fenomeno si è occupata la trasmissione Rai “Presadiretta”, che ne ha messo in luce anche gli effetti per l’Italia. A livello locale ci sono comuni con un unico dipendente dell’anagrafe che lavora 4 mesi esclusivamente su queste pratiche (è obbligatorio e sono gratuite, i comuni dal 2025 possono chiedere fino a 300 euro per le ricerche genealogiche se risalenti a più di un secolo) oppure, come a Val di Zoldo, su 3mila abitanti ci sono 1800 residenti all’estero che in provincia di Belluno non ci sono mai stati.
DIRITTI A livello nazionale invece sia influendo sui risultati elettorali sia creando una disparità tra chi è nato in Italia da genitori stranieri e non può richiedere la cittadinanza fino ai 18 anni o anche chi è arrivato da straniero e deve attenderne dieci per diventare italiano (il tema su cui chiede di esprimersi il referendum) e chi vivendo dall’altra parte del mondo e senza spostarsi può diventarlo in meno di uno. Secondo il costituzionalista Sandro De Nardi, intervistato da “Presadiretta”, sono i limiti dello “ius sanguinis”: «La legge vigente presenta profili di costituzionalità» non ponendo limiti generazionali
mentre dall’altro lato al cittadino straniero nato in Italia si richiede invece di aver risieduto ininterrottamente per 18 anni.
Non a caso la Corte Costituzionale è stata interpellata a fine 2024 dal comune di Bologna proprio su questo tema e anche il Governo ha deciso di intervenire stringendo le maglie, approvando in marzo un decreto-legge che fissa un limite di due generazioni (fino al nonno) per stabilire chi è italiano alla nascita (se nasce in Italia o se uno dei genitori ha risieduto qui per almeno due anni continuativi) e licenziando due disegni di legge che dovranno essere approvati dal Parlamento. Col primo si insiste sulla presenza di un “legame effettivo” tra il soggetto e lo stato (registrazione atto di nascita in Italia prima dei 25 anni, almeno una volta ogni 25 anni rinnovo del passaporto o carta d’identità, partecipazione alle elezioni, aggiornamento dello stato civile in Italia), col secondo si sposta la procedura dai consolati al Ministero degli esteri.
SOVRANITÀ Un passo avanti per razionalizzare, ma restano aperte delle sfide sia perché l’Italia – che comunque conosce un declino demografico – non ha ancora deciso che rapporto stabilire con la diaspora (si pensi a Israele e Cina) sia perché, spiega De Nardi, ai prossimi referendum «potranno votare anche gli italiani all’estero, compresi quei cittadini che non conoscono nulla del nostro paese. Vista l’entità dei numeri in ballo, costoro oggi incidono sul quorum». E un domani, se la riforma del premierato dovesse andare in porto, peserebbero per il 10% circa del corpo elettorale sulla scelta. «La legge vigente rende appartenenti alla Repubblica sostanzialmente non italiani – ha argomentato De Nardi – mette in crisi il concetto stesso di popolo al quale appartiene la sovranità. Lo Stato in questo modo sta perdendo, ormai credo che lo abbia perso, il controllo del suo popolo. E il popolo è l’insieme dei cittadini».
Giuseppe Del Signore

