Coronavirus, Danova: «Covid e cancro, la tempesta perfetta»

«Dalla pandemia da Covid-19 abbiamo sicuramente anche imparato qualcosa». Così il dottor Marco Danova commenta la situazione dell’Unità operativa complessa di medicina interna a indirizzo oncologico, di cui è direttore all’Ospedale civile di Vigevano. Un reparto, il suo (50 posti letto più il Day Hospital per la chemioterapia e una serie di ambulatori specialistici) che a Vigevano ha sofferto la pandemia come pochi altri.

UN PREZZO ALTO «Abbiamo pagato un prezzo alto, – spiega Danova – è stata la “tempesta perfetta”, dove il pericolo Covid si è aggiunto al substrato di una patologia già di per sé molto grave e impegnativa per i pazienti e per gli operatori. Nella fase iniziale dell’emergenza ci sono state molte difficoltà di accesso agli ospedali e la necessità di creare rapidamente percorsi il più possibile protetti per limitare un virus di cui conoscevamo poco o nulla. La prima ondata ci ha in qualche modo travolto ma abbiamo anche imparato diverse cose sul piano clinico e ci siamo impegnati  nel tenere in massima considerazione  l’aspetto psicologico e relazionale nella cura del paziente. La chiusura dei reparti aveva infatti impattato molto su pazienti e familiari e, almeno parzialmente, abbiamo cercato di limitare il disagio ad esempio grazie attraverso tablets messi a disposizione da  associazioni per visite virtuali. Adesso, in una fase di lento ma progressivo miglioramento legato in gran parte alla campagna vaccinale, la Regione ha riaperto, se pur con qualche limitazione, i reparti come il nostro alle visite e questo è un segnale di grande importanza non solo per i pazienti oncologici. Con il Covid gli screening oncologici, le diagnosi precoci e gli interventi chirurgici hanno subìto un forte rallentamento, ma fortunatamente le terapie mediche non hanno mai smesso di essere praticate».

Il dottor Marco Danova

CATEGORIA FRAGILE I pazienti oncologici sono stati da subito inseriti tra le categorie più fragili, a cui dare priorità nella somministrazione delle prime dosi di vaccino. «All’inizio abbiamo scelto di vaccinare noi i nostri pazienti, cosa che si è rivelata utile per due aspetti: innanzitutto quello psicologico, che ha dato più sicurezza ai malati, i quali potevano ricevere il vaccino da medici e infermieri che già conoscevano. Poi le scadenze per appuntamenti come le sedute di chemioterapia, che non dovendosi sovrapporre all’inoculazione del vaccino andavano calendarizzate con cura».  Al primo piano della “Palazzina rosa” dell’ospedale il reparto di medicina interna a indirizzo oncologico ospita l’Unità farmaci antineoplastici (Ufa) per la preparazione e la distribuzione in tutti gli ospedali della Asst di Pavia.

E’ il nostro fiore all’occhiello, a cui si aggiungerà a breve il completamento del progetto per la  prescrizione automatizzata dei farmaci antineoplastici. Il che non significa che la cura la deciderà il computer, ma che aumenterà ulteriormente la sicurezza di tutto il processo nell’ambito di un corretto risk management.

Gran parte del lavoro in ambito oncologico è svolto in costante rapporto col San Matteo di Pavia e non è da trascurare che la vicinanza alle strutture oncologiche del sud-ovest di Milano rappresenti un ulteriore punto di forza per l’attività oncologica di Vigevano: «Riceviamo molte richieste di pazienti operati nel Milanese, che vengono poi trasferiti qui per le cure».

LISTE D’ATTESA Di quanto hanno rallentato le liste d’attesa, a causa del Covid? «Per i tumori solidi non abbiamo mai chiuso gli ambulatori: solo, le visite necessitavano di tempi più lunghi a causa dei percorsi protetti, e abbiamo dilazionato le visite non urgenti. In questi due anni siamo rimasti senza il dirigente medico di ematologia, non a causa del Covid, ma dallo scorso mese di ottobre l’ambulatorio ha riaperto grazie a una collega onco-ematologa proveniente dal San Matteo, che in sei mesi ha permesso di recuperare abbondantemente l’attività». Molti quindi i punti di contatto tra la pandemia e i tumori con un conseguente possibile potenziamento reciproco della fragilità nel paziente. La pandemia ha certamente esacerbato alcuni aspetti anche organizzativi, mettendo pazienti e caregiver in condizioni difficili, ma il provenire da due anni di Covid darà una spinta positiva alla riforma Moratti molto focalizzata proprio sull’integrazione tra ospedale e territorio. «I pazienti oncologici sopravvivono di più, sono più anziani, soffrono di diverse patologie, prendono tanti farmaci, e tutto ciò va fortemente integrato con l’assistenza domiciliare, in questo, aziende sanitarie come la nostra possono giocare un ruolo molto importante. Grazie anche all’esperienza della pandemia abbiamo infatti capito che ci sono alcune branche come l’oncologia in cui la costruzione di un valido rapporto col territorio dovrà essere necessariamente più funzionale. L’oncologia dunque è in qualche modo destinata in parte  a cambiare volto, anche grazie a strumenti innovativi come la telemedicina, e questa è certamente una grossa sfida».

Davide Zardo

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