18 ottobre, XXIX Domenica del Tempo Ordinario

La domanda che viene rivolta a Gesù è pretestuosa, ci viene anticipato dal narratore evangelico, ed è preceduta da una sviolinata niente male, con l’intento di intorbidire le acque del discorso.

Nicola Soliano

È molto umano, siamo proprio così. Spesso crediamo di essere più furbi, di avere la verità in tasca e di poter controllare tutto e tutti, a nostro piacimento, per raggiungere i nostri obiettivi che, ovviamente, sono quelli buoni e giusti. Gesù non si lascia controllare, non abbocca all’inganno. Certo, questo brano ci invita a stare in guardia e a ragionare sulle conseguenze delle nostre parole, per non farci imbrogliare, ma Gesù ci vuole portare oltre e, come solito, da una situazione iniziale negativa trae una conclusione positiva, un risultato inaspettato e brillante.

Ma qual è questo risultato sorprendente? Di solito questo brano veniva citato per sostenere l’argomentazione della separazione del potere di Cesare, oggi diremmo dello stato, della politica, dalla sfera religiosa, da ciò che riguarda Dio. Come se fossero contesti separati e da mantenere ben distinti. Tutto qui? Forse il risultato inaspettato è un altro, forse bisogna salire di livello. Perché c’è un aspetto evidente che rileviamo dal brano: ciò che è dovuto a Cesare è chiaro, tangibile, visibile, misurabile, ma ciò che è dovuto a Dio? Ciò che è di Cesare è così evidente che non serve nemmeno che lo dica Gesù, lo lascia dire ai farisei e agli erodiani, dopo averli ricollocati al loro posto smascherando la loro ipocrisia. E ciò che è di Dio? Ah, quindi siamo in debito con Dio? Con chi ci ha donato la vita? Diamine, a quanto ammonta “quello che è di Dio”? Chi ci ha creato per amore adesso vuole indietro quello che è suo?

Calma, ecco la conclusione inattesa, spiazzante: cosa renderò al Signore per quanto mi ha dato?

Ci viene in soccorso il salmista per questa risposta, ricordandoci che il Signore non vuole da noi nient’altro che la nostra partecipazione alla salvezza che ha preparato per tutti. Dio non è sciocco, non pretende dalle persone qualcosa che non possono o che non riescono a dargli, e tantomeno ci ha creati con l’idea che dovessimo restituire qualcosa a lui. Ci chiede di credere, cioè di conoscerlo e sceglierlo, di capire che è disposto a tutto pur di condividere la sua gioia con noi, da subito. Questa è la prima delle scelte che indirizzerà quelle successive, a cascata, fino alle azioni quotidiane. Quello che è di Dio è la nostra scelta per lui, la nostra ricerca della sua presenza anche quando sembra proprio essere lontano. È una scelta difficile, ma è caratteristico dell’essere umani: capire, sbagliare, ammettere l’errore, riprovare, e in tutto riconoscere come sia fantastico quando il Signore ci spiazza per portarci, insieme a lui, al livello superiore.

Nicola Soliano, Parrocchia di Mede

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