«Per ogni cosa c’è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo». Il terzo capitolo del libro del Qoelet si apre con una riflessione semplice quanto profonda: ogni cosa ha il suo tempo. E nella vita della Chiesa, questa verità si riflette anche nell’organizzazione pastorale. Le curie e le conferenze episcopali contano numerosi uffici dedicati alle varie fasi e dimensioni della vita: dall’infanzia alla giovinezza, dalla pastorale familiare a quella sanitaria, dall’attenzione agli ultimi all’educazione alla fede, dalla cultura alla liturgia. Tra questi, ce n’è uno che spesso fa sorridere per la sua apparente “stranezza”: l’ufficio per il tempo libero. Ma davvero la Chiesa ha bisogno di un ufficio dedicato al tempo libero? E quale valore può avere questo tempo in una prospettiva pastorale?

SPAZIO PIENO A prima vista, il tempo libero sembra uno spazio vuoto. È indefinito, a disposizione, spesso lasciato all’improvvisazione. In molti casi, è un tempo che si perde. Eppure, proprio questo tempo può diventare una grande occasione di grazia. Il Qoelet ci insegna che ogni tempo ha un senso, una sua dignità. Anche il tempo libero, se vissuto con consapevolezza, può trasformarsi in uno spazio fertile per riposare, rigenerarsi, riscoprirsi. Viviamo immersi in ritmi frenetici. Corriamo per il lavoro, la famiglia, la salute, le mille incombenze quotidiane. E spesso perdiamo di vista il valore del fermarsi.
DONO Ma già nel racconto della Genesi, Dio stesso si ferma, si riposa. E offre all’uomo un tempo “altro”: il giorno santo, il sabato, non solo per lodare il Signore e vivere la liturgia, ma anche per riposare, per stare. Per “ricominciare” con il passo giusto. Il tempo libero allora assume un valore profondamente spirituale. È un tempo per sé, per le relazioni, per gli affetti. È occasione per coltivare hobby, per dedicarsi allo sport, per ritrovare amici e familiari. Ma è anche tempo per la preghiera: pensiamo al turismo religioso, ai pellegrinaggi, agli incontri spirituali vissuti nel tempo “vuoto” che diventa pieno. In questa luce, il tempo libero non è più un lusso o un riempitivo. È una risorsa, uno spazio educativo, un’occasione per evangelizzare e per prendersi cura delle persone in modo integrale. In fondo, è Dio stesso a donarci questo tempo. Sta a noi scegliere se sprecarlo… o viverlo fino in fondo.
a cura di dPB, Ev, Rz, Ig
1Favorire la socializzazione dei bimbi
«Ai centri estivi trasmettiamo ai ragazzi l’importanza di impiegare il tempo libero facendo giochi di squadra e promuovendo attività che li aiutino a migliorare le loro capacità creative». Per chi può frequentarli, così come pre e post scuola, rappresentano un valore aggiunto dal punto di vista educativo, come ormai dimostra un’ampia letteratura scientifica. Secondo i dati raccolti da Openpolis in Italia sono 1 su 10 gli utenti di centri estivi e dei servizi di pre e post-scuola sul totale dei residenti tra 3 e 14 anni.
A Vigevano nel 2021 aveva accesso a questi il 28.6% della popolazione in questa fascia d’età, a Mortara lo 0.6%, a Mede il 49.2%, a Cava Manara il 10.3%, a Garlasco il 3%, a Gambolò il 9.6%, a Cassolnovo il 5.8%. In parte perché magari le famiglie non hanno bisogno di accedere a questi servizi (soprattutto pre e post-scuola), ma in parte perché non sono in grado di sostenerne i costi, col risultato che l’estate, oltre che tempo di spensieratezza, diventa il periodo in cui il gap educativo tra coetanei aumenta e la disuguaglianza aumenta. Per chi li frequenta i centri estivi sono un valore aggiunto. Secondo don Luigi Colombo, responsabile del vicariato di Vigevano, sono luoghi in cui i bambini possono crescere in modo sano e equilibrato, perché «favoriscono la socializzazione in un contesto diverso rispetto a quello scolastico, totalmente svincolato da dinamiche legate alle prestazioni. L’obiettivo di un centro estivo è sperimentare la cooperazione, la gestione dei conflitti, la condivisione di momenti di gioia e tristezza. È anche in questo modo che si costruiscono nuovi valori comuni». Al contempo in un centro estivo si insegna ai bambini a imparare a cavarsela in ogni situazione:
Grazie agli animatori – spiega Daniele Bellazzi, responsabile del gruppo giovani della parrocchia Madonna di Fatima – i bambini possono cominciare a adottare tecniche di problem solving molto importanti nel proseguo della crescita.
2Una mano concreta dal volontariato
Usare il tempo libero per dare una mano concreta agli altri oltre che a se stessi. «Ho deciso di dedicare parte del mio tempo libero al volontariato all’Aias di Vigevano perché sentivo il bisogno di fare qualcosa di utile – spiega Stefania Cardinali, volontaria presso l’associazione vigevanese – di dare una mano concreta a chi ne ha bisogno Volevo anche offrire un po’ di sollievo alle famiglie che si prendono cura ogni giorno di figli con disabilità». Un incontro, avvenuto quasi per caso, grazie a un vicino di casa con sindrome di Down. «Da lì è nato il desiderio di capire meglio, di avvicinarmi al mondo del volontariato – continua – All’inizio avevo un po’ di timore, non sapevo come comportarmi e temevo di non essere all’altezza. Invece ho scoperto che è molto più semplice di quanto si pensi. I ragazzi ti accolgono con spontaneità, senza filtri e anzi sono loro a trasmetterti forza e motivazione. Ti insegnano a essere più autentico, ti restituiscono molto più di quello che dai». Essere utile, anche solo per poco, è una soddisfazione enorme. «Non ho mai pensato di smettere – conclude Cardinali – questo impegno mi riempie d’orgoglio ogni volta che entro in sede».
3Paolo Colli: «Recuperare la qualità»
Ritmo frenetico, scandito dai bip dei messaggi che arrivano o dalle telefonate. Mille suggestioni, forse, qualcuna di più, che giungono da tutte le parti. Quante notifiche arrivano ogni giorno? Amazon Kindle stima che gli italiani guardino i loro device 80 volte all’ora, non esistono statistiche sul numero di “avvisi” che si ricevono quotidianamente, ma pensando solo ai messaggi è possibile stimare che l’ordine di grandezza sia quello delle centinaia.
Per questo secondo lo psicopedagosista Paolo Colli «occorre recuperare il tempo di qualità e poi ragionare su questo tempo. Che deve essere un tempo di salute mentale, vuoto, libero dalle suggestioni dei social, ma pieno di altro». Per il docente a contratto dell’Università Cattolica questo “altro” vuol dire «ad esempio rimettersi a leggere, leggere giornali o libri. Il contatto con le parole stampate è diverso da quello che si intrattiene leggendo le stesse parole su uno schermo: le parole su carta possono essere sottolineate, le pagine piegate, insomma, con la carta il soggetto “incide” se stesso, nel momento in cui legge o semplicemente scorre le pagine di un quotidiano o di un periodico». Ancora «programmare dei momenti dedicati alla propria salute mentale nei quali metterci: l’ozio, il far nulla, passeggiare senza particolare motivo o meta». Senza Meta e senza meta si può «tentare di mantenere una vita sociale diretta: che non abbia nulla a che vedere con gli scambi whatsapp o altro, proprio per salvaguardare il tempo, il tempo che dobbiamo a noi stessi che deve essere di qualità».
Occorre «uno sforzo, non è semplice: sicuramente è più facile scrivere un messaggio o più messaggi, ma lì dentro, non c’è una comunicazione vera, quella che solo il contatto personale, reale permette». La vera «vita sociale diretta vuole dire andare davvero a prendere un caffè, sedersi e parlare, guardare l’altro, ecco lì si trova il senso più autentico della comunicazione».