Mortara, il rogo dell’Eredi Bertè era doloso: condannato a 4 anni il titolare

Il rogo che ha colpito l’Eredi Bertè il 6 settembre del 2017 era doloso. E’ arrivata infatti ieri pomeriggio (lunedì 18 settembre) la condanna a 4 anni di reclusione, emanata dal giudice Elena Stoppini, nei confronti di Vincenzo Bertè, ex titolare dell’impianto di via Fermi. Il giudice ha inoltre provveduto a riconoscere una provvisionale di 50 mila euro al Comune di Mortara, che si era costituito parte civile, con l’avvocata Anna Maria Ghigna (la richiesta complessiva del Comune è di 400mila euro di danni). A distanza di 6 anni, si è arrivati al momento tanto atteso. Quello in cui sono state chiarite nero su bianco le cause del rogo.

Un incendio da considerarsi doloso, appiccato quindi in modo volontario su 17mila metri cubi di rifiuti raccolti in modo illegale. Questa era la tesi sostenuta e portata avanti dal pm Paolo Mazza, che aveva chiesto per Vincenzo Bertè una condanna di 5 anni. La verità e venuta a galla. Il pm Mazza ha ricostruito durante la requisitoria, tutta la vicenda, dal punto di vista dell’accusa. L’incendio era rimasto attivo per giorni, suscitando parecchia preoccupazione tra i cittadini di Mortara e non solo.

E suscitando inevitabilmente le reazioni da parte di ambientalisti, associazioni ed istituzioni. Un incendio, appiccato per mezzo di un accendino nero. Un dettaglio davvero importante, fornito proprio da Sabrina Zambelli, ex moglie di Bertè, che nel corso del processo si è rivelata una delle principali accusatrici nei confronti del suo ex marito. L’imputato aveva provato a difendersi, sostenendo che l’incendio fosse stato provocato da un guasto elettrico. Così non è stato. E’ in corso un altro processo, collegiale, che riguarda la vicenda: sono imputati infatti anche Andrea Biani che all’epoca dei fatti ricopriva il ruolo di amministratore della Eredi Bertè Recology e Vincenzo Ascrizzi. In questo caso le accuse sono legate a reati fiscali e attività di riciclaggio.

Edoardo Varese

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