Una composizione musicale dedicata alla Lomellina

“Ouverture Campestre, la Lomellina” op.15. È il lavoro orchestrale appena terminato da Emanuele Colosetti, giovane musicista di Mede, studente presso il Conservatorio di Alessandria.
«Cominciata a scrivere nel lontano 2016, ripresa negli scorsi 6 mesi – spiega Emanuele – è la prima opera che non dedico ad una persona (cosa molto pericolosa), bensì ad un luogo, ad una realtà, la mia terra».
Come è nata l’idea di una composizione dedicata alla Lomellina?
«L’idea nacque precisamente durante l’estate del 2016, un anno importante per me; dopo aver terminato gli studi del liceo ho voluto dedicarmi al lavoro artigiano dell’organaro a Crema, che mi ha visto impegnato per circa tre anni. Tornavo a casa solo nel weekend, e spendevo le poche ore libere con gli amici ma soprattutto camminando in campagna, osservando come la natura cambiasse di angolo in angolo nella nostra Lomellina, restando di volta in volta sempre più affascinato e stupito di quanto la nostra terra ci possa regalare. Al che mi sentii in dovere di omaggiare questo posto con l’arte a cui penso dedicherò l’intera vita. Varie vicissitudini vollero che abbandonassi la continuazione dell’opera, lasciandola così incompleta per molto tempo. Ricominciando gli studi in Conservatorio in Organo e Composizione Organistica, mi sono sentito spronato dall’ambiente accademico che mi circondava, i miei compagni di corso, i miei maestri, i vari corsi che attualmente seguo. Così a novembre decisi di ricominciare la stesura dell’opera portandola a termine questo mese. La mia ouverture vuole essere una successione di quadri descrittivi della mia terra di Lomellina, raccontando la sua natura, i suoi paesaggi, i suoi contorni più intimi, con un grosso legame al lavoro agricolo di inizio Novecento, la realtà dei paesi che la popolano, la grande forza di volontà della sua gente. La sua durata compre un arco di tempo all’incirca di 15 minuti. Spero un domani di poterla far eseguire qui a Mede, la mia città, nel suo Teatro Besostri, punta di diamante dell’ambiente culturale medese e della zona».
È adattabile per una banda musicale?
«Non credo, perché la scelta dei colori timbrici degli strumenti è stata voluta è scelta nei minimi particolari. Ma mai dire mai..!»
Quanti brani hai composto?
«Ho composto diverse cose nel corso degli anni, questa mia ultima composizione è la numero 15 nel mio catalogo, avendola iniziata all’epoca nel 2016 ho voluto mantenere il numero d’opera temporale, ma credo che quelle che debbano essere ricordate siano la “Suite per Archi in 5 movimenti op. 13”, e l’ “Ave Maria op.20” per coro. Le altre sono tutti esperimenti miei personali che forse non vale la pena di ricordare nè di eseguire».
C’è un compositore che ti ispira o al quale ti senti particolarmente vicino?
«Un compositore a cui sono strettamente legato è da sempre Gustav Mahler, mio grandissimo esempio di vita, di dedizione allo studio, all’approfondimento, nonché per la sua grande opera musicale che sorpassa i limiti dell’essere umano. Altri a cui sono fortemente legato sono J.S. Bach, Max Reger, Jean Sibelius, Felix Mendelsoohn, e naturalmente Beethoven».
Quali sono stati i tuoi insegnanti di composizione, armonia e contrappunto?
«In questi due ultimi anni di studi devo assolutamente dire un grazie grandissimo al fraterno amico e Maestro Gianluca Petagna, il quale mi ha convinto a riprendere gli studi musicali due anni fa, e non finirò mai di ringraziare il mio attento e carissimo Maestro Daniele Boccaccio, titolare della cattedra d’Organo e Composizione Organistica al Conservatorio di Alessandria, col quale seguo lo studio della prassi d’organo, lo studio del basso continuo e del contrappunto. Poi, naturalmente seguo diversi corsi incentrati allo studio dell’armonia, tra cui anche l’Analisi delle forme compositive, lo studio dei vari sistemi sonori di riferimento che hanno fatto la Storia della Musica, e molto altro. Devo ringraziare infine la mia fidanzata, che mai come nessun altro mi ha capito e spronato in quest’opera, e che continua a sostenermi nello studio e nella quotidianità. Sono arrivato ad una conclusione; a creare “il bello”, studiare “il bello”, portare alla gente “il bello”, si è sicuri che qualcosa tornerà sempre indietro, ricambiando sempre gli sforzi fatti».

Davide Zardo

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