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    Lo sport libero non è un gioco da ragazzi

    Lo sport, un’«occasione di aggregazione, di crescita e di fraternità». Tre anni fa, in occasione dei 75 anni del Csi, Papa Francesco rivolgeva queste parole agli oltre 300 delegati dell’associazione nazionale sportiva di ispirazione cattolica presenti alla Sala Clementina, una delle splendide stanze del palazzo Apostolico usata dal pontefice per le udienze. Un discorso, quello di Bergoglio, improntato a ribadire un tema caro al pontefice: quello di uno sport ispirato ai valori della socializzazione, dell’accoglienza, della gratuità.

    Il Santo Padre racconta di come da ragazzino, benché fosse tutt’altro che talentuoso, si divertisse a giocare con la pelota de trapo, la palla di stracci, per le vie di Buenos Aires: fosse nato nella Vigevano di oggi, il giovane Bergoglio avrebbe però trovato ben pochi posti dove potersi divertire dietro a un pallone senza pagare rette o affitti. I tempi sono cambiati, senza dubbio, ma a essere diversa è soprattutto la città, che nei suoi spazi pubblici offre poche possibilità di praticare sport (soprattutto di squadra) in maniera gratuita e al di fuori dei tradizionali canali agonistici.

    PAY TO PLAY Gli spazi per lo sport a Vigevano tendenzialmente si pagano: e ci mancherebbe, chi ha in gestione determinate strutture (che sia il Comune o un privato) ha la necessità di far quadrare i conti per sostenere utenze e manutenzione. L’offerta, sia di discipline sia di impianti, è senza dubbio importante, e rivolta sia alle società dilettantistiche coi loro settori giovanili, sia ai semplici appassionati, adulti e non.

    Ma c’è anche un’altra faccia dello sport, quella più legata alla dimensione sociale, che non ha tanto bisogno di spogliatoi ma, più che altro, di spazi liberi, che nella città ducale scarseggiano. E il dover pagare, sempre e comunque, per fare due tiri in porta o a canestro, penalizza le categorie più socialmente fragili: gli adolescenti, chi ha occupazioni precarie, chi da non atleta vive lo sport più come uno strumento di aggregazione e salute che come una performance agonistica.

    CALCIO VIETATO Giocare a pallone su un prato qualsiasi, mettiamolo in chiaro subito, non si può: lo dice il regolamento di polizia urbana, che all’articolo 75 vieta espressamente di «effettuare il gioco del calcio, al di fuori delle aree predisposte ed individuate a tale scopo». Norme simili esistono in tutte le città italiane: anche il comune di Milano, che ha numerosi campi da calcio, basket, volley e rugby all’interno dei propri parchi, nel regolamento d’uso del verde consente giochi e sport solo negli spazi attrezzati. Il problema di Vigevano, semmai, è che tali aree non esistono proprio.

    Dal 2019 il Comune ha iniziato un piano di rinnovo di giochi e strutture all’interno delle proprie aree verde: assieme a scivoli e giostrine era prevista anche l’installazione di alcune porticine da calcetto, che a oggi non sono però fisicamente presenti in nessuno dei parchi. Gli altri sport non se la cavano meglio: per giocare a pallacanestro ci sono due playground, uno al parco Pertini e l’altro al parco degli Alpini, entrambi però con uno dei due canestri rotto, mentre per il volley non esistono spazi appositi da nessuna parte. Per fare sport gratuitamente, sul suolo ducale le uniche due aree attrezzate e funzionali rimangono lo skate park di via Brigate Partigiane, rimesso a nuovo nel 2017, e l’area work out di via Ippocrate, entrambe limitate comunque a un tipo di attività specifica.

    Al di fuori di parchi e giardini, di terreni a uso libero per lo sport non c’è granché: qualche campetto si vede ancora ancora nei pressi di condomini o quartieri di edilizia popolare, ma molti o sono fruibili esclusivamente dai residenti, o negli anni non hanno ricevuto alcun tipo di manutenzione, diventando di fatto appezzamenti di sterpaglie. O altrimenti, le strutture sportive sono state smantellate: è il caso, ad esempio, del piccolo campo di via Fogazzaro, un tempo ritrovo di adolescenti per interminabili partite di pallone e ora semplicemente una conca nel terreno.

    Quale che sia l’ente responsabile, sono scelte in controtendenza con quanto fatte da altre realtà vicine: quest’estate, per esempio, il comune di Rozzano (governato dal centrodestra) ha disposto l’installazione di 12 porte da calcio all’interno delle proprie aree verdi per «avvicinare molte persone all’attività fisica anche al di fuori degli impianti sportivi tradizionali valorizzando così i luoghi di socializzazione e di libera fruizione».

    VUOTI URBANI Anche perché dove i posti non ci sono, la gente finisce per crearseli, in barba alle regole: al parco di via Beatrice d’Este, dove fino al 2020 almeno una porticina c’era (prima ancora, una quindicina di anni fa, c’era anche un campetto vero e proprio), i ragazzini continuano ad andare in rete usando i classici due alberi come pali. Altrove, l’esigenza di fare sport viene risolta sfruttando non-luoghi come parcheggi (utilizzati ad esempio da comunità immigrate anche per discipline meno ortodosse, come badminton o cricket) o vuoti urbani.

    Emblematico in questo senso il caso del campo da calcio di via Cappuccini, nel quartiere di Battù. Un tempo nella disponibilità della parrocchia, alla quale era direttamente collegato, il campetto era stato chiuso nel 2018, in seguito al varo di un piano di lottizzazione che prevedeva su quei terreni la realizzazione di un’area residenziale. Il progetto, tra le altre cose, prevedeva anche la realizzazione di un nuovo campo sportivo di piccole dimensioni: il tutto per il momento solo sulla carta, perché da allora nessun lavoro ha mai interessato l’area. Due porte in mezzo a un prato, per quanto sconnesso e pieno di erbacce, rimangono però una tentazione troppo forte: complice anche il lockdown del 2020, e lo stop per mesi alle attività sportive delle società dilettantistiche, ecco che il campo è tornato a essere utilizzato dai ragazzini del quartiere, nonostante gli accessi siano virtualmente chiusi.

    SOTTO IL CAMPANILE A offrire spazi di sport gratuiti in città rimangono gli oratori: spazi di gioco, di divertimento, ma soprattutto luoghi dove nasce un’inclusione vera, concreta. Ne è fermamente convinto don Antonio Mercuri, direttore dell’ufficio diocesano per la Pastorale Giovanile, che ritiene importante come sotto i campanili si continuino a ospitare luoghi che uniscano la dimensione ludica a quella educativa: «Parlare di sport e oratorio è come mettere insieme due potenzialità-miscele che insieme formano una bomba atomica di valori – spiega – È facile evidenziare in modo chiaro quali siano i rischi ma anche quali e quante siano le potenzialità che lo sport può garantirci come strumento educativo al servizio della persona, della comunità e soprattutto del Vangelo. L’esperienza sportiva alla luce della bellezza e dell’unicità di ogni persona che, attraverso i suoi talenti e riconoscendo i suoi limiti, supera se stessa e i propri egoismi, fa esplodere tutte le potenzialità di bene all’interno di un cammino di crescita e di sviluppo integrale di sé e del senso della propria vita».

    Il tappeto d’erba o di cemento su cui correre e divertirsi, insomma, diventano luoghi perfetti per mettere in pratica il messaggio cristiano: «Possiamo così rileggere il campo da gioco in oratorio come una grande occasione nella quale vivere lo stile di Gesù… nell’incontro con l’altro, nella gioia, nella festa, nella gratuità dell’amicizia, superando ogni confine e ogni diversità! E con questo possiamo sempre più imparare a vedere la persona nel suo essere insieme corpo, anima e spirito, mentre si mette in gioco, seguendo le regole ma con creatività, e scommettendo più sulla squadra che sulle proprie forze, scoprendo il significato del sacrificio che conduce alla gioia vera del superamento di difficoltà e limiti, facendo ciò che appassiona e vivendo un’esperienza unica di amore».

    Una dinamica che non è solo sulla carta o nella testa di qualche educatore, ma è un fattore esistente, che tanti che frequentano abitualmente le realtà oratoriali possono testimoniare con mano: «Forse sembra un po’ romanzato questo “sogno di sport”,

    ma noi sappiamo che invece in tanti campi dei nostri oratori già vive ed è qualcosa di reale e tangibile.

    Vive in tante realtà che hanno capito e colto che uno sport fatto bene è per tutti. Lo sport crea empatia e aggrega le persone provenienti da qualsiasi percorso di vita, generando una cultura dell’incontro. Esso deve fuggire dalla “cultura dello scarto” e essere accessibile, accogliente e inclusivo».

    Alessio Facciolo

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