Eredità universale contro la disuguaglianza?

«Il “fuori campo” è ciò che non si vede, ma che pure dà senso a tutto il resto. È la parte invisibile, laterale, quella che sfugge allo sguardo immediato, ma che sostiene la scena». “Fuori campo” è il nome del “Rapporto su povertà ed esclusione sociale in Italia 2025” di Caritas Italiana, un dossier che mette al centro «la povertà di chi lavora», «la solitudine di chi vive iperconnesso», «la povertà di chi cade nella trappola dell’azzardo», così come quella «educativa, sanitaria, abitativa, energetica, affettiva». Quello che emerge dal documento è un «intreccio di vulnerabilità», una trama che dà corpo al tessuto della disuguaglianza, per spezzare il quale la proposta è introdurre una «eredità universale»,

una dotazione economica per tutti i giovani al compimento del diciottesimo anno d’età, per pareggiare almeno in parte le condizioni di partenza delle nuove generazioni.

POVERI E DIVERSI Perché sì, c’è la povertà che in Italia interessa il 9.8% della popolazione per quanto riguarda quella assoluta, 5.7 milioni di persone (+38% in un decennio) con il 25.4% degli italiani a rischio di esclusione sociale, ma accanto a essa ci sono le disuguaglianze (al plurale), che non sono da sovrapporre alla prima. Nel saggio che apre il Rapporto, a cura di Salvatore Morelli e Giacomo Gabbuti (docente a “Roma Tre” l’uno e dottorando a Oxford il secondo), si spiega che «è un concetto ben distinto da quello della povertà» e, citando il premio nobel Amartya Sen, «sarebbe errato valutare la povertà in base all’entità della disuguaglianza. Tuttavia, non dobbiamo trascurare il fatto che la disuguaglianza può contribuire in modo sostanziale all’entità della povertà». Caritas quest’anno ha posto l’accento in maniera importante sul secondo ambito e sui possibili interventi.

working poor
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IL PROGRESSO Occorre occuparsi di disuguaglianze per ragioni «di giustizia sociale», per «la necessità di un’allocazione efficiente delle risorse» e per «gli effetti negativi che disuguaglianze eccessive producono sulla società nel suo complesso». Nel primo caso secondo gli studiosi «le persone non valutano il proprio benessere solamente in senso assoluto, bensì anche in relazione agli altri. Per questo, in tutte le grandi tradizioni culturali e religiose – dal buddismo al cristianesimo, dall’ebraismo all’islam – troviamo precetti che legano una vita ben vissuta anche alla cura per i poveri e alla condivisione dei beni». Parole in controtendenza con l’era delle oligarchie tecnocratiche o autocratiche, ma del resto nel secondo caso, quello delle «ragioni strumentali legate alla crescita economica», si sottolinea che «le disuguaglianze economiche» non sono «inevitabile “prezzo della crescita” economica, o volano di quella crescita», come «male necessario a combattere la povertà», bensì «possono rappresentare anche un freno strutturale allo sviluppo economico». Limitando la parità di accesso a formazione e opportunità, si finisce col «soffocare il talento» e «la produttività», col risultato di ridurre «il potenziale complessivo e il dinamismo di una società e di un’economia». La “funzione” della disuguaglianza non è “innovativa” – spingere chi è alla base della piramide a scalarla – ma “conservativa” – mantenere in cima chi già c’è di generazione in generazione – cosicché «la concentrazione di ricchezza può tradursi in cattura delle istituzioni: le élite hanno i mezzi per orientare la legislazione e il dibattito politico a proprio favore». In questo modo «le disuguaglianze di oggi determinano il campo di gioco di domani».

GARA FALSATA Spiegato perché occorre occuparsene, quali sono le «disuguaglianze di oggi»? Gli autori citano quelle economiche, sociali, di riconoscimento, di opportunità, di libertà sostanziale. Le economiche attengono alla sfera del reddito, della ricchezza privata (anche immobiliare e finanziaria), della dimensione lavorativa, le sociali ineriscono «la disparità nell’accesso e nella qualità dei servizi fondamentali come le cure sanitarie e l’istruzione, la sicurezza sociale, i servizi di mobilità e di sicurezza» ma anche «ambiente salubre» e «accesso alla cultura» (tutti non a caso temi sensibili per l’Area interna della Lomellina). Quelle di riconoscimento riguardano invece il ruolo sociale del gruppo a cui si appartiene, connesse a «paura, risentimento, rabbia» (lo “immigrato”, il “terrone”, lo “statale”, ecc), quelle di opportunità toccano da un lato le condizioni di partenza – se fosse una gara di corsa, tutti partono dallo stesso punto? – e dall’altro lato le condizioni in itinere – a parità di sforzo su una corsia ci sono gli ostacoli e sull’altra no – infine quelle riferite alla libertà attengono alla «capacità che ciascuno ha di fare le cose alle quali, per un motivo o per un altro, assegna un valore» (sempre Amartya Sen), cioè un conto è scegliere di non mangiare per protesta, un conto non poter comprare il cibo.

I DATI Di tutto questo ha senso parlare perché l’Italia, secondo l’Ocse, nel 2025 ha ancora salari reali inferiori del 7.5% al 2021, mentre tra 1990 e 2020 è l’unico paese membro ad aver visto una riduzione dei salari reali medi (-2.9%; più o meno nello stesso periodo l’1% più ricco degli italiani ha aumentato la quota di reddito sul totale, raddoppiando dal 6 al 12%). Un discorso che riguarda di più i giovani (16-24 anni, l’Istat indica che la povertà minorile è al 13.8%, alimentando ulteriori disuguaglianze), le donne, i residenti al Sud o nelle aree interne, bloccando del tutto ogni aspirazione sociale a chi parte alla base della piramide: l’indice di Gini, che misura la disuguaglianza da 0 a 100, dal 1990 al 2017 è cresciuto di 8 punti, da 36.6 a 44.7. Numeri che dovrebbero sollecitare una riflessione in un’economia che dovrebbe essere di “libero mercato”: «Come previsto dall’economista francese Thomas Piketty nel suo libro “Il Capitale nel Ventunesimo Secolo”, sta emergendo una forma di capitalismo patrimoniale in cui la ricchezza di origine familiare influenza sempre più i destini dei figli. Anche se non c’è nulla di male nell’ereditare fortune milionarie, non si tratta certo di capitali ottenuti con particolare merito o sforzo individuale».

LA PROPOSTA Ecco perché è in quest’ambito che lo studio che apre il Rapporto Caritas propone una soluzione radicale elaborata dal Forum Disuguaglianze e Diversità: «Si tratta della proposta di far sì che, da un lato, al compimento dei diciotto anni ogni ragazza e ragazzo ricevano una dotazione finanziaria, che noi chiamiamo eredità universale. Dall’altro lato si propone un riassetto dell’attuale tassazione, in chiave progressiva, delle eredità e delle donazioni». In pratica aumentare la tassa di successione per ricavare risorse da redistribuire a tutti i giovani al raggiungimento della maggiore età.

Pur trattandosi di una classica misura di tassazione e redistribuzione, la proposta  dell’eredità universale è anche profondamente pre-distributiva

perché interviene a monte, prima che la “corsa” inizi. Oggi l’Italia è il paese più generoso in Ue in quest’ambito, per i trasferimenti in favore di coniuge o parenti in linea retta (genitori e figli) l’aliquota è del 4% dell’eredità con una franchigia di 1 milione di euro. Anche se tutte le persone che ereditano entro quella cifra ne beneficiano, in realtà l’azione è regressiva: chi ha un patrimonio di 10000 euro ne risparmia 400, chi arriva al milione ne trattiene 40mila. In Francia, Germania e Spagna le aliquote sono progressive in funzione dell’ammontare, tra un minimo di 5 e un massimo di 45%, e la franchigia è rispettivamente di 100mila euro (i coniugi francesi però sono esenti), 500mila euro, 16mila euro, nel Regno Unito il coniuge non ha imposte, da 325mila sterline l’aliquota è del 40%. Si tratta di scelte: «Rischiamo di creare l’impressione che la disuguaglianza stia aumentando a causa di forze al di fuori del nostro controllo». Non è così.

Giuseppe Del Signore

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