Una volta Giovanni Trapattoni, in una delle sue pillole di saggezza, disse che «Il pallone è una bella cosa ma non va dimenticato che è gonfio d’aria».
Ora sbollita la rabbia, la delusione ed elaborato il “lutto sportivo” è utile mettere la mancata qualificazione degli Azzurri ai 23° Campionati Mondiali di calcio 2026 nel cestino della storia dell’italico pallone. Palla al centro e via. Lo spettacolo deve andare avanti. Alcuni critici del mondo pallonaro affermano che il gioco del calcio italico ha perso nel tempo tutto il fascino che si portava appresso. Grande livello tecnico con i calciatori made in Italy, le rituali discussioni del dopo partita al “Bar dello sport” del paese… con il dilemma “rigore si, rigore no, quel fuori gioco non c’era” e via. Il diabolico ed inutile VAR era addavenì e i tifosi delle varie squadre aspettavano, per togliersi ogni dubbio, l’oracolo moviola della D. Sportiva di Carlo Sassi, Bruno Pizzul ed Heron Vitaletti. Dopo la sentenza, inappellabile, tutti a nanna. Sembra preistoria. Nel ventunesimo secolo Il gioco del pallone a tutte le latitudini è diventato uno spettacolo da showbitz e segue le logiche dell’industria dello spettacolo. Giocatori extraeuropei strapagati (anche se mediocri) mentre i nostri giovani aspettano di invecchiare in panchina. E poi l’occupazione delle tv a pagamento sempre più invadenti, curve violente (vedi i recenti fatti prima del derby Torino-Juventus) e compagnia cantando.
Ora bando alle chiacchiere. Italia sì, Italia no, Italia ripescata?.. Un po’ di pudore please!
Si è partiti l’11 giugno con la partita inaugurale tra Messico e Sudafrica. I Mondiali si svolgeranno in Canada, Messico e Stati Uniti. La finale si disputerà il 19 luglio presso il New York Jersey Stadium. Saranno ben 48 le nazionali che vi parteciperanno. E l’Italia e i tifosi italiani? Tra rabbia e delusione staranno a guardare il mondiale in tv, stravaccati sul divano delle proprie abitazioni trasformati per l’occasioni in piccoli stadi domestici con annesse curve sud e nord a tifare contro. Dunque, “a da passà a nuttata” come diceva il grande Edoardo De Filippo. “Con un grande futuro dietro le spalle” (la citazione è di Vittorio Gassman) non ci resta che sperare nelle qualificazioni per il prossimo mondiale del 2030 che si svolgerà in Spagna Portogallo e Marocco. E allora… e allora? Calcio femminile, tutta un’altra storia.
«Il calcio non è per signorine». Correva l’anno 1919 e Guido Ara, mediano della Pro Vercelli, la squadra che in quegli anni otteneva grandi successi grazie a un gioco combattivo e “maschio”, così sentenziò. Se il gioco del football non era per donne, lo era lo spettacolo.
Spesso allo stadio, tra le piccole folle di appassionati nel periodo della belle epoque, si vedevano tanti volti femminili. Alla fine del secondo conflitto mondiale la presenza delle donne negli stati, anche se minoritaria, è cresciuta sino alla fine del secolo scorso. Ma forse non tutti sanno che furono gli americani (che considerano ancora oggi il “soccer” uno sport da emigranti) a dare una spinta decisiva all’ingresso della versione femminile del calcio nella famiglia olimpica in occasione dei giochi olimpici di Atlanta nel 1996. Gli stadi cominciano a tingersi di rosa. E’ bene ricordare che il calcio femminile fece le sue prime esperienze nel 1946 a Trieste, dove furono fondate due squadre, che per un certo periodo girarono l’italica penisola del dopoguerra per diffondere il gioco del calcio al femminile e portare il vessillo della città Giuliana per contribuire a diffondere negli gli italiani sentimenti patriotici anche per Trieste. In seguito a promuovere il calcio femminile fu la baronessa napoletana Angela Attini, del Partito nazionale monarchico. Nel 1965, ancora una donna, Valeria Rocchi, fondò due squadre con il sostegno del presidente dell’Inter Angelo Moratti. Il primo scudetto del calcio femminile lo vinse il Genoa nel 1968 battendo la Roma per 1-0. Ai giorni d’oggi il calcio femminile italiano recita nell’ambito internazionale un ruolo di tutto rispetto. Terze ai primi Campionati europei, dell’82 e 85 e successivamente conquistano il secondo posto in Europa nel 1993 e nel 1997. È doveroso dire che a dare notorietà al pallone in rosa è stata la sua allenatrice Carolina Morace. Veneziana, nel 1978 a soli 14 anni esordisce in nazionale vestendo per ben 150 volte la maglia azzurra.
Dal 2023 il commissario tecnico delle Azzurre è l’ex calciatore vigevanese Andrea Soncin (classe 1978) che ha esordito giovanissimo nel Vigevano e in seguito fa il salto di categoria nell’Atalanta, Fiorentina, Venezia, Padova. Conclude la sua carriera di calciatore nel Montebelluna. Ora l’ambizione del commissario tecnico Soncin è quello di qualificare la nazionale Italiana femminile ai prossimi Campionati mondiali del 2027 che si svolgeranno in Brasile.
Calcio femminile che passione, dunque! Che bello assistere dal vivo o in TV (che finalmente concede il giusto spazio al calcio femminile), vedere giocare le “ragazze”. Niente risse in campo. Se subiscono un fallo non fanno sceneggiate e non svengono sul terreno di gioco. Le discussioni con l’arbitro sono sempre civili e mai aggressive. E poi con le giocatrici in campo atterra il “bon ton”; non sputazzano sul terreno di gioco e quando insultano le avversarie lo fanno con garbo. E poi, avete notato che le “ragazze” del football non sudano?
“L’azzurro per ora siamo noi”, mandano a dire le ragazze. To! maschietti calciatori azzurri, “ciapa su e porta a ca’, come si dice dalle parti del rione Sisrin di Vigevano.
a cura di Sergio Calabrese


