12 luglio, XV Domenica del Tempo Ordinario

Viviamo nell’epoca dell’immediatezza. Ci aspettiamo risultati rapidi, cambiamenti istantanei, risposte che arrivino nel giro di pochi secondi. Se qualcosa non funziona subito, siamo tentati di pensare che sia inutile. Anche la fede, talvolta, viene giudicata con questo criterio: prego, ma non cambia nulla; ascolto il Vangelo, ma la mia vita rimane la stessa; partecipo alla Messa, ma il mondo continua ad andare nella direzione opposta. È la cultura dell’efficienza, che misura tutto sulla base del rendimento immediato.

Il Vangelo della XV Domenica del Tempo Ordinario (Mt 13,1-23) ci obbliga invece a riscoprire il tempo paziente di Dio. Gesù racconta una parabola nella quale il protagonista non è tanto il terreno quanto il seminatore. Egli esce a seminare senza pretendere di controllare il risultato. Getta il seme anche dove, umanamente parlando, sembrerebbe inutile. È il comportamento di chi conosce una verità fondamentale: la vita cresce con tempi che non coincidono con quelli dell’uomo. Dio non ragiona secondo la logica dell’immediato, ma secondo quella della speranza. La sua Parola continua a raggiungere ogni cuore, anche quando sembra non produrre alcun effetto. Quante volte abbiamo l’impressione che il bene sia sterile, che il Vangelo venga soffocato dal rumore del mondo, che la testimonianza cristiana sia destinata a soccombere davanti all’indifferenza.

Eppure il Signore continua a seminare. Non rinuncia all’uomo, non si lascia scoraggiare dai fallimenti, non smette di credere nella possibilità che un cuore cambi.

È interessante notare che Gesù non divide le persone tra buone e cattive. Descrive piuttosto situazioni che ciascuno sperimenta dentro di sé. Talvolta siamo come la strada battuta, incapaci perfino di ascoltare; altre volte assomigliamo al terreno sassoso, pieni di entusiasmo finché tutto procede bene; altre ancora lasciamo che le preoccupazioni, gli impegni, il desiderio di apparire o di possedere soffochino lentamente ciò che Dio aveva iniziato. La terra buona non è il cuore perfetto, ma il cuore che accetta di lasciarsi lavorare. Nessun campo produce spontaneamente: deve essere dissodato, ripulito, curato. Così accade anche nella vita cristiana. La conversione non è un evento improvviso, ma un’opera paziente che Dio compie in noi, spesso senza clamore.

Per questo il Vangelo invita prima di tutto a non perdere la fiducia. Ogni volta che ascoltiamo la Parola, qualcosa accade, anche se non ce ne rendiamo conto. Forse il frutto arriverà dopo mesi, forse dopo anni, forse sarà visibile soltanto a chi verrà dopo di noi. Il seminatore non vive nell’ansia del raccolto: sa che il seme possiede una forza che non dipende da lui. Anche la Chiesa è chiamata a questa fiducia. Non ad inseguire il successo, ma a continuare a seminare il Vangelo con fedeltà. Perché il miracolo più grande non è vedere subito il raccolto, ma credere che Dio continua a far crescere ciò che l’uomo, con amore, ha avuto il coraggio di seminare.

don Carlo Cattaneo

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