Osservatorio 06-11 / La lezione della morte

Percorrendo in questi giorni i viali dei cimiteri, come la tradizione cristiana delle nostre terre ci ha abituato a fare, lo sguardo si è posato su tanti volti e tanti nomi, retaggi di storie e di vite che si sono incrociate alla nostra forse lasciando un segno o forse semplicemente un richiamo vago a qualche episodio della nostra vita.

Ed è inevitabile in questo pellegrinaggio silenzioso l’affiorare di tanti ricordi e di qualche malinconia, magnificamente umana, di fronte alla constatazione di un tempo passato e chiuso e forse alla percezione, specialmente per chi ha qualche anno in più, di conoscere più persone in quella “piccola città” rispetto a quella frequentata tutti i giorni. Al passaggio tra la memoria e il rimpianto si é accompagnato un segno di vita, deposto in quello spazio tutto dedicato alla morte. Un fiore posato sulla tomba, un lumino acceso, una preghiera mormorata mentre il freddo che lì sembra più pungente accarezza la pelle. Abitudine, forse ma una abitudine che dice l’insopprimibile desiderio dell’uomo di andare oltre quel limite invalicabile che i sepolcri segnano a chi ancora cammina sulla terra. Per chi ha fede quella barriera è squarciata dall’annuncio della Resurrezione, per chi ha scelto altre strade è la grande domanda di senso a cercare di forzare quel macigno ben più spesso di una lastra di marmo o qualche palmo di terra. Perfino la cura, quasi domestica, riservata soprattutto in questi giorni ai luoghi di sepoltura di familiari ed amici grida silenziosamente questa impossibilità di accettare un “non più” sui giorni dell’uomo.

Novembre porta con sé questo contatto con il mistero della morte, temuto al punto di renderlo una parodia, come certe usanze d’oltreoceano vorrebbero, ma al tempo stesso sempre presente come un pungolo che chiede di essere levato.

Del resto non occorre essere teologi o mistici per porsi il problema. Le storie familiari, le vicende del mondo continuano a metterci a contatto con la tragedia della fine e basta essere semplicemente umani per lasciarsi scuotere da questa “bruma leggera e pesante” per usare le parole di Bram Stoker, che accompagna il cammino di ogni giorno. E forse è necessario allora provare a invertire il senso di marcia nel nostro confrontarci con la morte e passare dalla fuga all’ascolto, svestire i panni dello sconfitto che si allontana dal luogo della battaglia persa ed indossare quelli del discepolo che tenta di imparare qualcosa da una maestra severa, ma che aiuta a crescere. La lezione è molteplice e tocca temi che fatichiamo ad accogliere a cuore leggero: il limite dell’uomo, il valore del tempo, la qualità del nostro vivere i giorni, la consapevolezza di una tensione all’assoluto che abita dentro di noi e che non possiamo soffocare, nonostante il caleidoscopio di voci attorno a noi tenti di soffocarlo. È paradossale ma la lezione della morte scrive su una lavagna parole di dolore, perché voltandola (come si faceva con le lavagne di un tempo) si scopre un modo differente di vivere. È la morte stessa ad insegnarci la via per sconfiggerla. È sufficiente essere attenti alla sua lezione. Può accadere allora che tra le lame taglienti del suo parlare e tra i viali di rimpianto dei nostri cimiteri si riesca a intravedere, nascosto dal velo del dolore, anche un poco del volto di Dio.

don Carlo Cattaneo

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