Archeoincontri, conferenze del passato

Dove vivevano esattamente i Longobardi e gli uomini di Cromagnon? Saranno le case, gli insediamenti e le abitudini di queste due antiche civiltà al centro dei due appuntamenti di Archeoincontri, la rassegna di eventi dedicati all’archeologia del Museo Archeologico Lomellino di Gambolò. Due gli incontri previsti, il 25 aprile e il 16 maggio, con relatori due collaboratori del museo di piazza Castello: Martina Vidali , che racconterà della presenza dei Longobardi nell’arco alpino, mentre Stefano Gregoriani affronterà il tema dell’uomo di Cromagnon, un caposaldo per la conscenza della Preistoria.
LUNGHE BARBE Si comincerà questo sabato (25 aprile), alle ore 21.15: «In questo appuntamento non parleremo semplicemente dei castra dell’arco alpino – spiegano dal Museo Archeologico – occupati dai Longobardi, ma dell’effettiva ricerca della loro presenza, ovvero individueremo quali sono quegli elementi etnico-culturali che ci permetteranno di capire chiaramente l’e fettiva esistenza di abitanti di origine e cultura winnila all’interno degli stessi insediamenti. Sarà un’avventura molto complessa poiché il popolo dalla lunga barba è difficilmente identificabile: una volta arrivato in Italia assorbirà precocemente elementi della cultura latina e bizantina locale. Per questo motivo partiremo dalle origini dei siti, tratteremo le evidenze materiali più forti e caratterizzanti, come le sepolture e le sedi del potere, analizzeremo la popolazione e le sue abitudini, sino ad arrivare ad una conclusione logica e determinante».
I PRIMI SAPIENS Nel secondo evento, datato 16 maggio, sempre alle 21.15, si farà un balzo indietro nel tempo di qualche millennio, con l’arrivo degli uomini di Cromagnon in Dordogna: «L’Abri Pataud sitauto a Les Eyzies-de-Tayac, nel cuore della Dordogna, un’area celebre per la straordinaria concentrazione di siti preistorici, rappresenta una tappa essenziale per comprendere la storia più antica dell’umanità in Europa – raccontano gli organizzatori – Il riparo è incastonato ai piedi di una falesia calcarea che domina la valle della Vézère, un ambiente ideale per le comunità preistoriche che ne favorì l’insediamento umano per millenni. Questo contesto rende l’Abri Pataud parte di un vero “paesaggio archeologico”, unico al mondo per densità e continuità di occupazione umana. Il sito documenta infatti 15.000 anni di preistoria, dall’Aurignaziano al Solutreano, tra circa 35.000 e 20.000 anni fa, attraverso una sequenza stratigrafica tra le più complete. Gli scavi degli anni sessanta del novecento tra i primi a seguire una metodologia moderna hanno restituito strumenti litici e in materia dura animale, resti umani e opere d’arte, tra cui la celebre statuetta femminile nota come “Venere dell’Abri Pataud”. Questo starodinario sito del paleolitico superiore per la sua posizione strategica nella valle ha in definitiva permesso di comprendere come i primi gruppi di Homo sapiens sfruttassero il territorio, seguendo le migrazioni della fauna e le risorse stagionali».

Alessio Facciolo

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