«Cosa aspettiamo a mettere in pratica? Questi sono i frutti buoni della vigna del Signore. Invece mettiamo in primo piano il massimo profitto, abbiamo impiantato un’economia e una finanza mondiali centrate sul massimo profitto. Ma siamo impazziti? Massimo profitto di chi?». Il Pontificale del Vescovo di Vigevano, monsignor Maurizio Gervasoni, ha aperto il cuore dei festeggiamenti per il Beato Matteo e ha segnato il passaggio più significativo degli eventi per celebrare il decennale del suo episcopato nella città ducale. In un san Pietro Martire pieno, alla presenza del sindaco Andrea Ceffa, delle autorità civili e delle forze dell’ordine, delle Contrade riunite a festa, questa mattina il Vescovo ha rivolto ai vigevanesi un messaggio a partire dalla liturgia della Parola, che nella ventisettesima domenica del tempo ordinario mette al centro l’allegoria della “vigna”, luogo prescelto dal Signore che tuttavia non dà i frutti sperati.

IL CARISMA Il vescovo Gervasoni ha fatto un excursus che da un lato ha messo in risalto la figura del domenicano Matteo Carreri e il suo carisma, quello di predicatore, e dall’altro lato ha riletto in chiave attuale l’immagine della vigna sulla collina di Isaia (prima lettura), l’esortazione di san Paolo ai Filippesi (seconda) e la parabola dei vignaioli disonesti del Vangelo di Matteo. «La prima premessa è di tipo storico – ha esordito – il sindaco ha detto che il Beato Matteo ha fatto in modo che io venissi qui e proprio nel giorno della sua memoria liturgica. Prima di arrivare avevo leggiucchiato qualcosa su Vigevano, ma non sapevo che il 5 fosse la memoria del Beato. Questa coincidenza è importante e ci ha permesso di capire come i cammini del Signore si configurino a partire da un carisma,
quello del Beato Matteo amato perché faceva il predicatore della parola di Dio
«Fosse stato più esplicitamente un santo della carità, un cappuccino, sarebbe stato diverso. Questa è la prima premessa, mi voglio lasciare ispirare da questa caratteristica carismatica del Beato Matteo».

MESSA A FUOCO Che guida alla scoperta della Parola. «La Vigna del Signore per noi cristiani cosa è – si è chiesto mons. Gervasoni – Sapete, è la Chiesa; siamo noi. Per noi ha mandato suo Figlio a morire. Ora quali sono i frutti buoni per la Vigna del Signore? Ce lo fa capire la parabola di Isaia quando dice che “egli si aspettava giustizia ed ecco spargimento di sangue, attendeva rettitudine ed ecco grida di oppressi”. La nostra Chiesa vigevanese sta dando frutti di uva buona o acini acerbi?». Per rispondere a questa domanda occorre tenere presenti le altre due premesse fatte dal Vescovo, una ispirata a un cartello e l’altra alla fotografia. «Ieri ero in autostrada e c’era uno di quei pannelli luminosi:»
quando vedi un uomo vestito di giallo rallenta, è mio papà
«Mi ha colpito. Sindaco, autorità delle forze pubbliche e civili, toglietevi le divise: è il mio papà. Davanti al Signore non indossiamo immediatamente i nostri ruoli istituzionali, davanti al Signore siamo papà, mamme, figli, figlie uomini, donne che cercano l’autenticità profonda delle loro vite, come bambini di fronte al mistero della vita. La parola di Dio è come papà e mamma che ti dicono cosa fare». Nondimeno per cercare qualcosa occorre sapere di cosa si tratta: «Noi siamo una cultura comunicativa. Il rito pubblico/privato più diffuso in assoluto è la fotografia. Devi sempre fare la foto, sembra che se non c’è la foto non c’è l’evento. Eppure ci sono anche delle foto fatte male, in cui non si capisce quale sia il soggetto. Al contrario quando sono fatte bene capisci cosa c’è in primo piano, anche noi questa mattina vogliamo mettere a fuoco in pezzetto, il resto è sfondo. La nostra intelligenza e capacita di riflessione è fatta così: mettiamo in primo piano. Facciamo una foto».

LA VIGNA In primo piano c’è la vigna del Signore. «Nella prima lettura Dio si è scelto un luogo bello e fertile sulla collina per impiantare la sua vigna. In Israele le parti pianeggianti sono in depressione e non producono granché. Invece in collina i terreni sono fertili; il Signore ha cintato la sua vigna, ha messo tutte le attrezzature, però alla fine questa ha prodotto acini acerbi, non uva buona o buon vino. Come mai? Israele è la vigna scelta, Dio ha fatto di tutto perché avesse l’eccellenza mondiale, invece non produce niente. Cosa fa il Signore? Se ne va, non la cura più. Diventa una vigna di erbacce, un luogo impervio». E i cattolici? «La Chiesa vigevanese che frutti sta dando»? «In questo senso la seconda lettura è ancora più incisiva, San Paolo scriveva duemila anni fa: “In conclusione fratelli quello che è vero, quello che è nobile, quello che è giusto, quello che è puro, quello che è amabile, quello che è onorato, ciò che è virtù e ciò che merita lode, questo sia oggetto dei vostri pensieri. Le cose che avete imparato, ricevuto, ascoltato e veduto in me, mettetele in pratica”. Noi cristiani dobbiamo semplicemente vergognarci. C’è bisogno di spiegare?». La logica del massimo profitto mette a fuoco lo sfondo, dimentica l primo piano.
Guardate che il massimo profitto di chi non ha niente è niente. Il massimo profitto di un processo di produzione non può essere frutto della vigna di Dio, perché produrrà sangue, cattiveria, concorrenza, che è un modo bello di dire conflitto
E il pensiero va anche a quanto accade in Israele in queste ore, come ricordato da mons. Gervasoni in apertura della celebrazione eucaristica.

APERTURA Anche nel piccolo a contare è «il mio benessere, l’individuo. Può essere sufficiente? Io non lo disprezzo il benessere, ma farne l’asse portante della vita non porta al bene. Se hai un altro riferimento, se cerchi quello che è vero, che è nobile, che è giusto ti metti in comunione con gli altri perché riconosci che sono anche io come te e possiamo andare d’accordo solo se si mettono gli uni al servizio degli altri. Questi sono i frutti buoni, ma una delle condizioni perché questo possa accadere è quello che san Paolo afferma nella seconda lettura: “Fratelli non angustiatevi per nulla, ma in ogni circostanza fate presenti a Dio le vostre richieste con preghiere, suppliche e ringraziamenti”». Paolo «non era un uomo del nostro tempo, noi diremmo quello che serve fai in modo di realizzarlo con scienza, tecnica, capacità. Vedete, Paolo ci invita a rivolgerci al Signore con preghiere, suppliche, ringraziamenti».
Ecco, ringrazia il Signore. Quello che ti manca non programmarlo con volontà di potenza, ma con una richiesta umile, mettiti un pochino tra parentesi e apriti al progetto di Dio che vuole il bene di tutti. Questo atteggiamento il Beato Matteo lo predicava
Per spingere a ricordarsi che oltre le divise, oltre le divisioni, oltre le apparenze, se l’obiettivo inquadra bene l’uomo che si ha davanti: «Ecco, se vedi un uomo vestito di giallo è mio papà». Allora la predicazione, carisma del Beato Matteo, diventa frutto: «Quando il tuo cuore sarà convertito al Signore allora i frutti della vigna verranno davvero».
Giuseppe Del Signore

