10 maggio, VI Domenica di Pasqua

Le parole di Gesù nel Vangelo di questa VI domenica di Pasqua (Gv 14,15-21) arrivano dirette, senza attenuanti: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti». È una frase che non lascia spazio a interpretazioni riduttive. L’amore per Cristo non può restare confinato nel sentimento o nelle intenzioni; chiede di diventare vita vissuta, scelte concrete, fedeltà quotidiana.

In un tempo in cui spesso si separa l’amore dalla verità, il Signore ricompone ciò che non può essere diviso: amare significa aderire alla sua parola, lasciarsi guidare da essa, anche quando costa. I comandamenti non sono un limite imposto, ma la via che custodisce la libertà e orienta il cuore verso il bene autentico. Gesù, però, conosce la fragilità dei suoi discepoli e non li lascia soli davanti a questa esigenza. Promette «un altro Paraclito», lo Spirito della verità, che rimane con noi per sempre. Non si tratta di una presenza astratta, ma di una forza viva che abita il credente, lo sostiene, lo illumina. È lo Spirito che rende possibile ciò che da soli non riusciremmo a compiere: vivere il Vangelo nella concretezza delle situazioni, nelle relazioni, nelle prove. Senza lo Spirito, la fede rischia di ridursi a sforzo morale; con Lui diventa vita nuova, dono che trasforma dall’interno. «Non vi lascerò orfani», dice ancora Gesù. È una promessa che tocca una delle paure più profonde dell’uomo: quella dell’abbandono. In un contesto segnato da solitudini e legami fragili, queste parole risuonano come una certezza che sostiene il cammino. Cristo non è un maestro del passato, ma il Vivente che continua ad accompagnare i suoi.

La sua presenza non è visibile agli occhi, ma si rende percepibile nella fede, nella comunità, nei sacramenti, nella carità vissuta. Chi crede non è mai davvero solo.

Il Vangelo apre poi uno squarcio sul mistero più grande: «Io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi». È la rivelazione di una comunione che supera ogni attesa. La vita cristiana non è semplicemente imitare Gesù, ma dimorare in Lui, partecipare alla relazione che lo unisce al Padre. In questa comunione l’uomo ritrova la propria identità più vera: non individuo isolato, ma figlio, chiamato a vivere nell’amore che circola nella Trinità. Infine, la promessa conclusiva: «Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui». L’amore vissuto secondo il Vangelo apre gli occhi del cuore a riconoscere la presenza di Dio nella propria vita. Non attraverso segni eclatanti, ma nella trama ordinaria dei giorni, nella fedeltà nascosta, nella pace che nasce dall’aver scelto il bene. È lì che Cristo si manifesta, ed è lì che il credente scopre che la sua vita, abitata da Dio, diventa segno per il mondo.

don Carlo Cattaneo

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