Nel cuore del discorso della montagna, il Vangelo di questa sesta domenica del Tempo Ordinario (Mt 5,17-37) ci sorprende con parole esigenti: Gesù non abolisce la Legge, ma la porta a compimento. Non si tratta di un semplice rispetto di norme, bensì di una trasformazione profonda dello sguardo e del cuore. La giustizia che Egli propone è “più grande” di quella degli scribi e dei farisei, perché nasce dall’interno e non si ferma all’apparenza.
Gesù conduce i suoi ascoltatori oltre il minimo indispensabile: non basta non uccidere, perché anche l’ira, il disprezzo e la parola che ferisce diventano luoghi in cui la vita dell’altro può essere colpita; non basta evitare l’adulterio, perché è il desiderio di possesso, lo sguardo che riduce l’altro a oggetto, a incrinare la verità dell’amore; non basta dire il vero, perché il discepolo è chiamato a una trasparenza tale che il suo “sì” sia sì e il suo “no” sia no, senza maschere né ambiguità. Questo Vangelo non vuole schiacciare con nuove regole, ma liberare: Gesù non alza l’asticella per scoraggiare, bensì per mostrare che la santità è possibile quando il cuore si lascia rinnovare. Il compimento della Legge è l’amore, e l’amore non si misura sul minimo, ma sulla pienezza del dono; per questo la riconciliazione diventa urgente e, prima ancora dell’offerta sull’altare, viene il fratello da ritrovare, perché la relazione guarita è il vero culto gradito a Dio. In un tempo in cui tutto rischia di ridursi a formalità o a opinione personale, queste parole risuonano come un invito forte alla verità:
il cristiano non vive di compromessi interiori, ma di coerenza evangelica, non perfetta ma sincera, non ostentata ma concreta, non costruita da solo ma ricevuta come grazia.
Il messaggio, in fondo, è semplice e insieme rivoluzionario: Dio non si accontenta di gesti corretti, desidera cuori vivi, e quando il cuore cambia anche la vita quotidiana – le parole, gli affetti, le scelte – diventa spazio di Vangelo. Così la Legge trova davvero il suo compimento non in un codice da osservare, ma in una vita che riflette l’amore di Cristo, ed è questa la “giustizia più grande” alla quale ogni discepolo, ancora oggi, è chiamato con fiducia.
don Carlo Cattaneo



