Perennemente in bilico tra l’ora di catechismo e la pausa studio tra due lezioni pesanti, quando non diventa l’occasione per uscite o entrate fuori orario, l’ora di religione, così come siamo soliti chiamarla, sopravvive in Italia pur tra mille contraddizioni e contrasti.
SCELTA DI NICCHIA Nata in un contesto in cui il cattolicesimo era confessione di Stato, rimane, dopo il nuovo Concordato e gli accordi successivi, un’occasione di contatto potenziale con quel mondo culturale che ha generato il Paese nel quale viviamo. Molto spesso, per tanti ragazzi, rimane soltanto una possibilità, poiché la sua natura facoltativa fa sì che, soprattutto negli istituti superiori, diventi una scelta di nicchia. Ciò nonostante, il confronto sulla sua validità e utilità, e addirittura sulla necessità della sua permanenza all’interno dell’offerta formativa scolastica, è oggetto di discussione praticamente costante da diversi anni. A finire nel mirino delle voci critiche è soprattutto il suo legame con la Chiesa cattolica e la perenne paura di un’azione confessionale che possa interferire con la laicità dello Stato e della scuola o addirittura contraddirla. Per i pensatori più moderati, essa dovrebbe trasformarsi in una generica educazione religiosa o, al massimo, in un insegnamento di cultura delle religioni, capace di spaziare nell’ampio panorama delle vie spirituali che convivono anche nelle nostre città e nei nostri paesi. Va detto con onestà che molto spesso le proposte alternative all’ora di religione non sembrano particolarmente significative. Occorre infatti comprendere, prima di pensare a una sua sostituzione, quale sia la ratio che ha guidato l’inserimento di questa proposta nel ventaglio delle materie scolastiche.
LA CULTURA CRISTIANA Da parte della Chiesa vi è sicuramente la volontà di essere presente all’interno di un mondo, come quello dell’istruzione, nel quale la proposta cristiana è ritenuta culturalmente significativa, non dal punto di vista del tanto temuto proselitismo, quanto per l’offerta di paradigmi e chiavi di lettura utili a comprendere il mondo e la storia. Lo Stato, probabilmente, intendeva offrire agli studenti l’opportunità di conoscere le radici della propria appartenenza e le ragioni profonde di gran parte di quelle espressioni intellettuali, artistiche e letterarie che hanno reso l’Italia un punto di riferimento a livello europeo e mondiale. Oggi ci si chiede se sussistano ancora queste motivazioni; se, cioè, si possa ancora parlare di un cattolicesimo capace di segnare la vita dell’italiano medio e se ciò che l’esperienza cristiana offre possa ancora significare qualcosa in un panorama multiculturale e multireligioso. La risposta possono darla quegli uomini e quelle donne, religiosi e laici, che, sebbene in numero sicuramente più ridotto, continuano a investire nella propria formazione, convinti di poter offrire, attraverso l’insegnamento della religione cattolica, quantomeno delle domande a ragazzi e giovani non più particolarmente stimolati a pensare. Ed è forse questa la provocazione più grande e la sfida che l’ora di religione continua insistentemente a offrire: un luogo e un tempo nei quali il dialogo diventa interrogativo sui grandi perché dell’uomo, comprensione dei fenomeni sociali e possibilità, pur in un contesto di piena libertà, di offrire una via forse ancora significativa per l’uomo di oggi.
«Nessun pregiudizio in chi non la sceglie»

«Chi non sceglie l’ora di religione non lo fa per pregiudizi sulla Chiesa cattolica». Don Riccardo Campari, responsabile dell’Ufficio diocesano per la pastorale scolastica, ne è più che certo: «I numeri sono quelli, e parlano chiaro. Se ci fossero altre materie facoltative, i ragazzi chiederebbero di essere esonerati da tutte. È vero che molti appartengono ad altre religioni, ma tutti gli altri non scelgono questa materia semplicemente perché non sono interessati». Secondo don Campari, dunque, il problema non sarebbe tanto un rifiuto dell’insegnamento della religione cattolica quanto, piuttosto, una scarsa percezione di ciò che questa ora può offrire sul piano culturale e formativo. «È anche una questione di “pubblicità”: il cristianesimo deve spendere bene la propria immagine, che può attirare chi studia già l’antropologia o la storia delle religioni.
Se non per interesse, almeno la si prenda per una sfida, soprattutto in quegli istituti dove non ci sono materie come antropologia o scienze umane.
L’ora di religione, sottolinea, non dovrebbe essere considerata semplicemente come un’ora dedicata alla catechesi o alla trasmissione di nozioni confessionali, ma come uno spazio nel quale affrontare domande che riguardano l’uomo, la società e il senso dell’esistenza. «Può essere un’occasione per ragionare su di sé e sugli altri, per analizzare la cultura del mondo in cui si vive. È necessario formare gli studenti a una cultura della religione». Una cultura che, in una società sempre più pluralista, può diventare anche uno strumento per comprendere meglio le differenze, conoscere le radici della propria storia e confrontarsi con tradizioni e sensibilità diverse. Chi sceglie questa materia, quindi, è sufficientemente motivato? «Sì, sono giovani molto convinti della propria scelta». E proprio questa convinzione, secondo il responsabile della pastorale scolastica, rappresenta un elemento importante: l’ora di religione può essere scelta non soltanto da chi già possiede una sensibilità religiosa, ma anche da chi è semplicemente curioso, desideroso di capire o di mettere alla prova le proprie idee. «Ma chi decide di non condividerla non lo fa certo a causa dei contenuti dell’insegnamento».
Giovani tra bisogno d’ascolto e grandi domande sulla vita

La nuova sfida per l’insegnamento della religione è l’ascolto. Lo sostiene il vigevanese Federico Bubba, 25 anni, docente all’istituto San Giuseppe (infanzia, primarie, medie e liceo) e laureando in Scienze religiose. «I ragazzi di oggi — spiega — hanno bisogno di essere ascoltati, ma per far questo devono essere messi in condizione di comunicare. In questo senso l’insegnante può essere uno strumento per gli altri, un aiuto per quei giovani che non hanno nessuno che li ascolta. La religione diventa così non una trasmissione di concetti, ma un’occasione di dialogo secondo l’esempio ecumenico, che si basa sull’ascolto e la partecipazione di tutti». La religione può dare risposte certe? «Senz’altro può aiutare a porsi delle domande: ad esempio sul senso della vita, sul rispetto degli altri e sulla solidarietà. I docenti di religione possono essere uno strumento educativo e insieme comunicativo. Questa materia non va ridotta a un semplice insieme di nozioni, ma deve far respirare Cristo».

Veronica Bertassello, di Borgo San Siro, laureata in Scienze religiose presso l’Università di Lodi, insegna religione alle scuole superiori. «La cosa più difficile nel trattare questa materia — racconta — è il fatto che tanti la considerano come il catechismo, per una sorta di retaggio del passato. Invece dovrebbe essere preso come un momento di rallentamento per fare spazio alla grandi domande della vita: chi siamo, da dove veniamo, qual è il senso della nostra esistenza… Insomma, un’opportunità di confronto con altre realtà come la filosofia, l’antropologia. É un’occasione per sottolineare il bisogno del sacro che abbiamo tutti, anche chi non crede. L’ora di religione rappresenta una possibilità di ascolto e dialogo per tutti, solo che non sempre viene colta. Io credo che sia una specie di laboratorio sociale, anche antropologico. Nelle mie classi c’è una buona frequenza. Chi è esonerato da questa materia è perché appartiene a una cultura e a una religione diversa. E tutto sommato, i cattolici battezzati che non seguono l’ora di religione sono pochi».
a cura di don Carlo Cattaneo, Davide Zardo


