Pasqua, l’omelia di mons. Gervasoni

Spesso, nel cuore e nella mente dell’uomo c’è un’idea sbagliata di Salvezza, che lascia fuori Dio. Basta guarde la storia, anche quotidiana, per capirlo. La Resurrezione di Gesù nel giorno di Pasqua ci richiama ad una riflessione che chiede un cambiamento radicale. Durante il Pontificale della Domenica di Pasqua, in Cattedrale, il vescovo Maurizio Gervasoni ha proposto una riflessione sul senso della Risurrezione partendo dalla lettura del giorno, che narra il dialogo dei due viandanti con Gesù e del loro riconoscerlo la sera, quando, a tavola, spezza il pane, proprio come aveva fatto con gli Apostoli nell’ultima cena.

«Cosa vuol dire per noi vivere la Risurrezione?» ha chiesto il Vescovo. Non è facile rispondere a questa domanda, «noi facciamo fatica a rispondere – ha proseguito – perché abbiamo già in testa un’altra idea di Salvezza, che di solito Dio lo lascia fuori». Siamo come i due viandanti, delusi per come la vicenda di Gesù è finita. Perchè pensavano che la Salvezza che attendevano fosse un’altra cosa. Non ricordano le Scritture. Gesù parte da lì per aprire la loro mente.

Nella sua riflessione mons. Gervasoni ha interrogato ciascuno dei presenti: la Salvezza che viene da Gesù «corrisponde a quello che ci aspettiamo?». Mettendo in guardia, perché «noi continuiamo ad equivocare pensando che la Salvezza sia la corrispondenza della realtà al nostro desiderio». L’esito, in questi casi, è drammatico: infatti, è l’illusione o la delusione.

Come ai due suoi compagni di strada, Gesù ci richiama alla verità: “Stolti e duri di cuore, non capite e continuate a non capire”. E spiega loro Isaia: il Messia doveva patire e morire, per risorgere. Doveva essere così. Era giusto che fosse così. «Gesù non è un fallito – ha detto il Vescovo – Gesù aveva messo la sua vita a disposizione di Dio nel modo con cui Isaia indicava».

Dentro quelle profezie c’è il mistero di Dio. Nelle sofferenze di Gesù c’è tutto quello che innerva la vita degli uomini e la rendono brutta. «E se lui non si fosse addossato tutto – ha detto il Vescovo – non ci avrebbe salvato da quelle cose lì».

Dunque, che cosa ci salva? Si è chiesto il Vescovo. «Noi cosa desideriamo?». Perchè noi cerchiamo la nostra felicità, contro gli altri. E il risultato è sotto gli occhi di tutti: la guerra. «Questo problema – ha aggiunto mons. Gervasoni – tocca profondamente il cuore dell’uomo ed è, in fondo, la radice della sua libertà, che ha a che fare con il male. In fondo, la Salvezza è vincere il male». Ma come?

Nei fatti, volendo fare il bene in realtà finiamo per fare il male. È dentro questa contraddizione che si colloca il mistero della Risurrezione, che «è un evento di Dio nella storia degli uomini. Noi vorremmo andare al sepolcro e trovare le risposte che desideriamo, che, cioè, effettivamente Gesù ha vinto la morte. Invece non è così». L’evento della Risurrezione, come evento di Dio nella vita dell’uomo, necessita di essere riconosciuto: quando i due viandanti vedono Gesù che spezza il pane, come aveva fatto nell’Ultima Cena, lo riconoscono. Cambia il loro cuore e affermano che Gesù è il Signore.

La vicenda di Gesù – ha commentato il Vescovo – è veramente la Salvezza degli uomini.

Riconoscerlo, però, comporta una strada impervia, dolorosa anche, come è stato per Gesù. E per i Santi. Monsignor Gervasoni ha ricordato San Franmcesco, di cui ricorrre quest’anno l’ottavo centenario della morte. Un santo “simpatico”, ma che vita ha avuto? Secondo il modo di pensare degli uomini «non ha avuto una bella vita. Ha vissuto solo delle cose di Dio. Ma ha affascinato tantissimi, ha dato speranza e ha effettivamente fatto tanto bene all’umanità perchè ha riconosciuto il Signore crocifisso come Signore della vita».

La festa di Pasqua, ha concluso il Vescovo, «serve per farci capire che la Salvezza è opera di Dio, non è opera degli uomini. E tuttavia è affidata all’uomo perché la faccia sua attraverso un profondo atto di fede, che può trasformare la vita e produrre il bene nella vita dell’uomo.

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