Osservatorio 23-01 / Di chi sono i figli e le figlie?

Negli ultimi due mesi i “figli” e le “figlie” sono stati protagonisti delle cronache mondiali. Quelli della famiglia del bosco in Italia, quelli che non sono tornati a casa da Crans-Montana a capodanno, che portano le pistole o il coltello in tasca e li usano, da Vigevano (senza tragedia) a La Spezia (con un morto), che hanno riempito le piazze dell’Iran per essere liberi.

Nella tollerante Persia che fu oggi non c’è spazio per le opinioni dei giovani. E i figli, anche quando diventano corpi, cadaveri all’obitorio per aver commesso il reato di scendere in piazza, non hanno diritto di autodeterminarsi: sono proprietà dello stato. Il media “Iran Insight” ha dichiarato di essere in possesso di «molteplici fonti» secondo cui ai genitori sarebbe chiesto di pagare per ogni proiettile usato per uccidere i figli. Il governo iraniano ha respinto l’accusa, ma se in un paese in cui internet è “offline” è difficile la verifica delle fonti, è certa la reazione di fronte alle istanze delle strade, dove i giovani sono la maggior parte (l’età media è 35 anni). Repressione. Di chi sono le figlie?

Anche a Crans-Montana non hanno avuto diritto di autodeterminarsi, la vita gli è stata tolta dal culto del guadagno e della festa purchessia, di cui sono imbevuti sin da piccoli. Festa e guadagno anche restringendo una scala, anche ignorando la sicurezza. Di chi sono i figli? Anche in un bosco non hanno il diritto di autodeterminarsi, anzi neppure sanno di averlo. Anche tra i corridoi di una scuola non hanno più il diritto di autodeterminarsi, perché nessuno è disposto ad ascoltare. Le nuove generazioni non possono esprimere le emozioni che disturbano gli adulti», racconta lo psicologo e psicoterapeuta Matteo Lancini al Post, «tu come adulto li hai amati troppo, non puoi far niente. Che ci siano guerre in tutto il mondo, morti di bambini reali, è colpa di internet, smartphone, social network e trapper. Secondo me questa è una dissociazione che diventa prevaricazione». Anche i compagni non sono disposti ad accettare l’alterità di ognuno, così quando si manifesta il dissenso diventa rapidamente violenza.

In questo vuoto, il coltello non è solo violenza. È una forma primitiva di regolazione emotiva. Dà l’illusione di controllo quando dentro c’è caos, di potere quando ci si sente insignificanti, di identità quando non si sa più chi si è. Comprendere questo non significa giustificare, ma impedire che la realtà venga ridotta a una formula rassicurante.

Lo scrive lo psicologo Giuseppe Lavenia. Di chi sono le figlie? Sono sottoposte a quello che Lancini definisce il «bullismo degli adulti», che esige una proprietà nei loro confronti in mille modi diversi, nelle democrazie come nei regimi. Di chi sono i figli? «Il Duce ha proclamato l’Impero dopo 164 giorni d’assedio economico stretto da 52 Stati contro l’Italia» così scriveva un libro di scuola nel 1942 per insegnare la matematica in terza elementare. Erano della Patria. Di chi sono le figlie? L’ultimo romanzo di Ken Follett, “Il Cerchio dei Giorni”, è ambientato nell’Inghilterra preistorica, nei pressi di un cerchio di pietre come Stonehenge. Anche lì, migliaia di anni fa, la stessa domanda. Di chi sono i figli? Uno fugge alla violenza del padre, che lo reclama senza ascoltarlo. Una cerca di fuggire al controllo della comunità, che alla fine la piega. Di chi sono? Di nessuno. E di loro stessi. 

Giuseppe Del Signore

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