Oscura, profond’era e nebulosa, tanto che, per ficcar lo viso al fondo, io non vi discernea veruna cosa (per dirla con Dante). Per il cronista dell’Araldo di cento anni fa così doveva presentarsi la città ai vigevanesi nelle ore serali dei giorni (par di capire piuttosto frequenti) in cui l’illuminazione pubblica smetteva di funzionare. Ovviamente ci si arrangiava con qualche “moccolo” o «alla meglio con una superstite lucerna. Insomma, con un servizio a scartamento ridotto».
“Fiat lux!”, chiedeva il nostro giornale ai responsabili della gestione dell’illuminazione notturna nelle vie cittadine. Ci voleva pazienza. Ce ne voleva anche per altre cose, come per il monumento che si stava erigendo davanti alle Scuole. Tempo addietro era stata posta la prima pietra. «Annunciato e preconizzato or fanno quasi due anni colla cerimonia della prima pietra – scriveva l’Araldo – che ne aspettò per un pezzo la seconda la quale venne con suo comodo, ora è ultimato sì, ma coperto da un copioso telone, che si ostina a far da coltre mortuaria». E intanto intorno si accumulava una «petrosa distesa di rottami». Inoltre il settimanale diocesana dava notizia che tutti gli stabilimenti cittadini avevano accettato il calendario unico del lavoro proposto dall’Unione Cattolica del Lavoro. «Vigevano – commentava il cronista del nostro giornale – già così ammirata per la sua industria fiorente, continua così ad essere anche ammirata per la disciplina delle sue masse lavoratrici e per la accennata solidarietà delle sue Ditte industriali». Il calendario prevedeva 2400 ore di lavoro annue divise in otto ore giornaliere: in pratica, trecento giornate lavorative, le retsanti 65 erano considerate festive.
Per la cronaca, c’era da registrare che nella notte tra il 26 e il 27 febbraio, alla Cascina Castellana, il pollaio di Battista Morandotti era stato “alleggerito” di ben 35 galline. «Il furto venne tosto denunciato ma la Benemerita dopo aver fatte insistenti indaggini ha dimesso ogni speranza di poter rintracciare i ladri». In città si erano appena celebrati i funerali di don Francesco Negroni. Nato nel 1875, era direttore del Pio Istituto Poveri Vecchi. E sul più generale fronte delle battaglie civili, l’Araldo, in prima pagina, richiamava – riprendendo un recente intervento del Papa – ad un maggiore rispetto del corpo femminile. Il Sommo Pontefice aveva detto che «le donne perdono ogni dignità, non solo cristiana, ma anche semplicemente umana. Esse dimenticano che l’anima cristiana è tempio di Dio, e perciò richiede anche nel corpo modestia e purezza». Vedesse adesso!
Carlo Ramella, storico locale


