Tv generaliste, network a pagamento, ma anche le televisioni locali hanno i palinsesti settimanali farciti di chiacchiere con i canonici cantori che recitano a soggetto, per scaldare gli animi dei tifosi. Opinionisti che, come prevede il copione, parteggiano apertamente per una squadra o per l’altra nell’intento di fare audience.
Molti di questi “cantori” sono pronti ad indignarsi se poi dagli spalti della “Scala del calcio” (leggi Stadio San Siro) durante la partita Inter-Atalanta del 6 maggio 2001, dal secondo anello dello stadio plana sul terreno di gioco dal secondo anello uno scooter, qualche seggiolino e altre suppellettili. È accaduto a chi redige questi appunti mentre era intento a documentare la partita da bordo campo per la Domenica Sportiva, di beccarsi in testa un pezzo di lavandino di porcellana sradicato dai servizi igienici dello stadio. Un doveroso omaggio da parte dei padroni delle curve agli odiati “pennivendoli”. Dentro lo stadio cori razzisti rivolti ai calciatori di colore fanno ormai da colonna sonora alle partite. Fuori dallo stadio a volte accade che frange di teppisti di opposte fazioni mettano in scena il “terzo tempo” della partita dandosi botte da orbi ingaggiando lotte da guerriglia urbana che qualche volta finiscono tragicamente. Recentemente il Ministero dell’Interno ha vietato sino alla fine dell’attuale campionato le trasferte dei tifosi delle squadre di calcio Roma e Fiorentina, a causa dei violenti scontri che ci sono stati recentemente in una tratta dell’autostrada A1 dove 200 ultras delle opposte fazioni si sono affrontati con spranghe di ferro in un clima da guerriglia al grido di “chi non combatte è un infame”.
Ma torniamo calcio. Gianni Rivera, l’indimenticato “Golden Boy” del Calcio italiano ha dichiarato più volte che «il campionato della massima serie, con tutto il suo corollario di polemiche, innovazioni tecnologiche; vedi VAR e derivati, sceneggiate in campo sono degne della Commedia dell’Arte. E poi i razzisti di vocazione, i minus delle curve nord e sud spesso chiuse. Allenatori licenziati dopo poche partite disputate, arbitraggi contestati, squadre paludate in crisi e via calciando, ma lo spettacolo va avanti». Insomma, dice Gianni Rivera, Pallone d’oro 1969, nulla di nuovo sotto il cielo del pianeta calcio del ventunesimo secolo. A noi incanutiti, nostalgici del calcio che fu, non rimane altro che rotolarci nei ricordi di un calcio che non c’è più”.
(continua)
Sergio Calabrese


