Il Racconto / Il disco e la luna

Demetrio rovistava tra vecchi scatoloni nella soffitta polverosa della casa di famiglia. Oggetti dimenticati, fotografie ingiallite, ritagli di giornale che raccontavano un altro tempo. Non cercava nulla di preciso, solo il piacere di inciampare nei ricordi. Fu allora che lo vide. Un disco a 45 giri, la copertina consumata, un titolo stampato in caratteri eleganti: “Discorso della Luna – Papa Giovanni XXIII”. Lo prese con cura, sfiorandolo come si sfiora la mano di un vecchio amico dopo anni di lontananza.

Un’eco lontana si risvegliò nella sua memoria. Aveva sei anni quando l’aveva ascoltato per la prima volta. Il padre lo aveva posato sul giradischi con un gesto solenne. «Ascolta bene, Demetrio», gli aveva detto, con quella voce calda e profonda che adesso il tempo aveva portato via. Le parole del Papa erano semplici, quasi infantili, ma avevano il potere di scaldare il cuore.

Tornando a casa, troverete i bambini. Date una carezza ai vostri bambini e dite: questa è la carezza del Papa.

Da piccolo, Demetrio aveva atteso quella carezza con la meraviglia di chi crede che la luna possa davvero scendere dal cielo per illuminare il volto di un bambino.
Ora, più di sessant’anni dopo, si accorse che quella carezza gli mancava ancora.

Si sedette accanto alla vecchia valigia che un tempo era appartenuta a sua madre. Il pomeriggio filtrava attraverso le persiane socchiuse, dipingendo strisce dorate sul pavimento. Guardò il disco e si chiese quanti ancora si ricordassero di quel discorso. Quanti ancora avessero voglia di credere nella gentilezza di un uomo che parlava alla luna come fosse una compagna di viaggio. Lo girò tra le mani, poi lo posò sul giradischi polveroso. L’ago scese con un fruscio leggero. E la voce di Papa Giovanni XXIII riempì la stanza, sussurrando attraverso il tempo. Demetrio chiuse gli occhi. Sentì il profumo della casa di una volta, le sere trascorse con i genitori, la sicurezza dell’infanzia, quando il mondo appariva immenso ma non ostile. E capì che ciò che gli mancava non era soltanto il passato. Gli mancava quella fiducia semplice negli altri, quella capacità di guardare il cielo e riconoscere nella luna una compagna silenziosa di viaggio. Quella voce aveva una dolcezza che forse il mondo aveva smarrito. Forse anche lui l’aveva smarrita.

E in quell’istante, nel silenzio della soffitta, pensò che non era troppo tardi per tornare a cercarla.

Davide Zardo

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