Nel suo nuovo romanzo, “Il mondo di Maria”, Piersandro Pallavicini costruisce un mosaico narrativo che coniuga acume sociologico, ironia corrosiva e un’irriverente vena tragicomica. Al centro della storia c’è Maria, ventenne brillante, studentessa alla Bocconi, immersa in una Milano scintillante e ultramoderna.
Vive in un elegante appartamento nel cuore della città, circondata da una galassia di amici fluidi, auto sportive fuori scala e serate tra cocktail bar e club esclusivi. Un universo così distante, per forma e sostanza, dal mondo in cui è cresciuto suo padre Gilberto, detto Gil, pensionato sessantacinquenne che abita a Pavia e osserva tutto questo con occhi perplessi e divertiti. Gil, nostalgico degli anni ’70 e di un’epoca in cui le ideologie sembravano solide e la realtà meno caleidoscopica, si trova spiazzato di fronte all’entusiasmo militante di Maria per temi come il patriarcato e l’identità di genere. Sebbene si consideri un progressista convinto, fatica a non sorridere – con un misto di tenerezza e disincanto – davanti all’orgogliosa consapevolezza politica della giovane figlia. La distanza generazionale si trasforma in un cortocircuito quotidiano fatto di incomprensioni e tenerezze, domande inevase e sguardi che si rincorrono senza mai incontrarsi davvero.
E mentre sua moglie Giulia è spesso all’estero per lavoro e la routine di Gil si consuma tra articoli per un giornale locale e dispetti ai vecchietti del bar, qualcosa inizia a incrinarsi.
L’equilibrio precario viene scosso dall’arrivo di Cicci Lopez, studentessa sudamericana dal fascino esplosivo e provocatorio, e da Galbani, un personaggio bizzarro e marginale, appassionato collezionista di testi dimenticati, che diventa per Gil un’improbabile ma sincera compagnia. A complicare ulteriormente le cose. Con uno stile tagliente, saturo di humour e cinismo, Pallavicini ci accompagna in un’avventura in bilico tra la farsa e il romanzo di formazione tardivo. Il lettore è trascinato in una girandola di situazioni assurde e riflessioni ammiccanti, dove la provincia italiana diventa il teatro perfetto per esplorare i paradossi dell’identità contemporanea. Tra sarcasmo e malinconia, sberleffi e scarti emotivi, si arriva a un epilogo sospeso, volutamente irrisolto, che non chiude ma rilancia, lasciando il pubblico con più domande che risposte. Un piccolo grande romanzo, dove ogni dettaglio è un frammento di un mondo in trasformazione.
Massimo Sala

