I morti “nascosti” in Provincia di Pavia

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Potrebbero essere 1600 i morti fantasma della Provincia di Pavia.

Le vittime del coronavirus che non rientrano nelle statistiche ufficiali perché non hanno fatto un tampone in tempo oppure perché hanno avuto la sfortuna di ammalarsi di qualcos’altro nel momento in cui il Sars-CoV-2 mandava in crisi il sistema sanitario lombardo.

Lo studio “Impatto dell’epidemia Covid-19 sulla mortalità totale” pubblicato la settimana scorsa da Istat e Iss certifica che il periodo in cui si sono contati più deceduti è stato tra febbraio e marzo, il 53% dei 28561 analizzati dal 20 febbraio è stato in questo periodo contro il 47% in aprile.

Il 75% dei casi segnalati e l’82% dei decessi si trovano nelle province a diffusione “alta”

spiega il documento, tra cui figura quella di Pavia, una delle tre, insieme a Monza e Brianza e Milano, a non aver registrato una diminuzione della mortalità rispetto al quinquennio ‘15-‘19 nel passaggio da marzo ad aprile, rimasta a +135.8% quando a Bergamo è passata da +571.3% a +122.9% e a Lodi da +377.1% a +79.9%. Si tratta di un indizio che potrebbe indicare uno sviluppo tardivo del contagio rispetto a queste aree.

MILITI IGNOTI L’Istat e l’Iss mettono nero su bianco la fine della fase acuta dell’epidemia di coronavirus in Italia, ma sottolineano anche le differenze per ciascun territorio. Prendendo in considerazione «l’eccesso di mortalità nelle province ad alta diffusione, nel mese di aprile dei 13989 decessi stimati in eccesso, rispetto al 2015-2019, il 72% (10019) può essere attribuito ai decessi Covid-19». Cosa vuol dire questo per l’area pavese? Nel primo quadrimestre del 2020 i defunti sono stati 3946, di questi 1047 sono ufficialmente causati dal Covid-19 (circa 1250 a oggi), ma anche una parte dei restanti 2899 è da attribuire direttamente – persone infettate dal coronavirus, ma non diagnosticate – o indirettamente – a causa della crisi selle strutture sanitarie – all’epidemia.

Nel lustro precedente erano morti in media in 2349 nello stesso periodo, perciò il surplus nel 2020 è pari al 68.0%, equivalente a circa 2682 individui: ne mancherebbero all’appello 1635, più che raddoppiando il numero delle vittime.

MENO “FRAGILI” Allargando lo sguardo, il rapporto in aprile segnala su scala nazionale sia la riduzione della mortalità sia la riduzione del sovrappiù rispetto al momento di maggiore impatto del Sars-CoV-2, nonché l’assottigliamento di quelli non direttamente legate al Covid-19. Perché? Al di là delle ipotesi avanzate da alcuni medici nelle ultime settimane sulla minore “aggressività” del virus, da dimostrare con studi pubblicati su riviste scientifiche in cui si attesta l’avvenuta modifica del genoma virale in Italia, visto che in diverse aree del pianeta la pandemia non è affatto domata, l’Istat propone spiegazioni banali eppure efficaci:

può accadere anche perché si è ridotta, per effetto dell’alta mortalità del periodo precedente, la popolazione più fragile e quindi più esposta al rischio di morte

mentre il “minore eccesso” può dipendere «dalla migliore capacità diagnostica» e i decessi indiretti possono essere diminuiti perché è meno forte «la crisi del sistema ospedaliero […] questa componente migliora man mano che si riduce la pressione sui sistemi sanitari».

Giuseppe Del Signore

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