Si avvicina il cinquecentenario dall’istituzione della diocesi di Vigevano. Il 16 marzo del 1530 papa Clemente VII, su richiesta del duca Francesco II Sforza, crea la Diocesi con una bolla approvata a Bologna, dove aveva incontrato proprio il duca di Milano per riavvicinarlo a Carlo V, imperatore del Sacro Romano Impero Germanico.
ITALIA IN FIAMME Il contesto è quello della seconda fase delle guerre d’Italia, il re di Francia Francesco I e Carlo V, il sovrano sul cui impero “non tramonta mai il sole” e che aveva appena arricchito lo stemma della corona di Spagna con il motto “Plus ultra” attorno alle colonne d’Ercole, si scontrano soprattutto nella pianura Padana per l’egemonia nella cristianità. Da un lato la Francia intenzionata a rompere l’accerchiamento degli Asburgo, dall’altra le corone imperiale e spagnola cinte dallo stesso sovrano che sognava, per ultimo, un’impossibile “Renovatio imperii”, la ricostituzione di un impero universale; al contrario nell’arco della sua vita avrebbe visto andare in frantumi l’unione dei cristiani (la riforma protestante avviata da Lutero nel 1517 e l’inizio delle guerre di religione) fino a decidere di abdicare e separare i domini spagnoli, affidati al figlio Filippo II, da quelli germanici, affidati al fratello Ferdinando I. Nel 1530 Carlo V e Clemente VII ristabiliscono la loro alleanza dopo il sacco di Roma a opera dei lanzichenecchi (1527), punizione per l’adesione del pontefice alla Lega di Cognac, a cui aveva partecipato anche il ducato di Milano in chiave anti-imperiale dopo la sconfitta di Francesco I a Pavia del 1525 (catturato sul campo di battaglia); Carlo V ha tutto l’interesse a pacificare la Lombardia, tassello fondamentale della “via asburgica” per collegare direttamente Spagna e Germania.
LE ORIGINI Il figlio del Moro – che a sua volta avrebbe voluto una cattedra a Vigevano – è uno degli attori di questa partita, un po’ pedina un po’ artefice del suo destino, soprattutto dopo che il padre Ludovico nel 1494 aveva aperto la strada d’Italia alle dominazioni straniere con la chiamata di Carlo VIII. Grazie al suo ruolo riesce a ottenere l’istituzione di una piccola diocesi, formata dalle tre parrocchie del borgo (Sant’Ambrogio, San Cristoforo e San Dionigi), da san Gaudenzio a Gambolò, da sant’Albino a Mortara, e lui stesso nel 1532 concede lo status di città a Vigevano. A questo nucleo, che si sarebbe mantenuto inalterato fino all’ampliamento del 1817, è aggiunta nel 1535 l’abbazia cistercense di Acqualunga come exclave, dalla quale proviene il primo vescovo, monsignor Galeazzo Pietra, in servizio dal 1530 al 1552 (morì a 91 anni). Secoli dopo Paolo VI, in udienza privata con mons. Mario Rossi, ne loderà le dimensioni (post-1817) definendola fatta a «misura d’uomo». Alla nuova Diocesi sono assegnati i proventi del porto sul Ticino, utili anche per la costruzione del primo seminario nel 1566, opera di mons. Maurizio Pietra, già capitano di ventura e nipote del primo presule. A mons. Alessandro Casale invece si deve l’inizio della devozione di Vigevano per san Carlo, chissà se per il senso di colpa di non essersi fatto trovare dal Borromeo nel corso della sua visita apostolica nel 1578.
Il concilio di Trento, con le sue alterne vicende, si era chiuso da poco e i vescovi avevano l’obbligo di risiedere nella sede loro assegnata.
VESCOVI ILLUSTRI Tra i successori di questi primi pastori ce ne sono alcuni che si sono distinti: il venerabile mons. Pietro Giorgio Odescalchi (1610-20), dopo una vita avventurosa arriva a Vigevano e compie tre visite pastorali, organizza un sinodo, si occupa dei poveri; avrebbe voluto essere seppellito presso la chiesa della Madonna di Loreto, ma la città non volle separarsi dalle sue spoglie e rinunciò solo al cuore. Dopo di lui si apre la stagione degli “spagnoli” (la Lombardia era possedimento spagnolo), con mons. Francesco Romero (1621-35) che prova a vietare il culto del beato Matteo Carreri – ligio a una direttiva di Urbano VIII – ma i vigevanesi si appellano alla Santa Sede e vincono il ricorso. Un altro spagnolo occupa un posto speciale nella genealogia dei vescovi: Juan Caramuel y Lobkowitz, a 11 anni il primo libro e poi autore di trattati di teologia, filosofia, astronomia, matematica, storia, grammatica, arte militare, musica; a lui si devono la facciata del Duomo che armonizza cattedrale e piazza Ducale, ma anche le prime intuizioni nell’ambito della matematica binaria. In contatto epistolare con i principali intellettuali dell’epoca, tra cui Cartesio, è fiero oppositore dei giansenisti e quindi di Pascal, ma incappa anche in sospetti di eresia per la sua “Teologia fondamentale”, contenente «opinioni lasse» poi ritrattate, senza evitare l’accusa di essere il «principe dei lassisti».
LE TRASFORMAZIONI Con l’ingresso nel XVIII secolo la Lomellina passa al regno di Sardegna (1713, trattato di Utrecht al termine della guerra di successione spagnola), Vigevano rimane all’Austria fino al 1743 (trattato di Worms nell’ambito della guerra di successione austriaca), appena tre anni dopo la costruzione dello “scurolo” del beato Matteo. Il periodo napoleonico è duro come in molte parti d’Italia, si ricorda mons. Gambone, il “vescovo che non fu”, nominato da Napoleone, mai confermato dal Papa. A lui subentra mons. Milesi, che non esita a vendere le proprie sostanze per sollevare il suo gregge dall’indigenza; all’ingresso nel XIX secolo il territorio lomellino è a vocazione agricola, con alcune attività artigiane e fabbriche, tra cui a Vigevano la produzione di panni e cappelli, con qualche “impresa” che sopravvive nel campo della seta. E’ in seguito al congresso di Vienna che la traiettoria della Diocesi cambia rotta: il 17 agosto 1817 una bolla di Pio VII ne estende le dimensioni, includendo tutte le parrocchie della Lomellina (in precedenza dipendenti da Pavia) con l’aggiunta di Cassolnovo, Villanova, Gravellona (mutata con Sozzago nel 1829) e Vignarello da Novara, in tutto 69 parrocchie rispetto alle precedenti 6. Il compito di riorganizzare radicalmente la nuova Diocesi spetta a mons. Francesco Toppia (1818-1828), che s’impegna a fondo nell’opera, compiendo anche la visita pastorale e convocando il nono sinodo diocesano (il precedente era del 1612). Nel corso dell’Ottocento inizia a emergere la “questione sociale”: l’ubriachezza molesta – con la consapevolezza dei parroci che l’osteria in molti casi era l’unico svago – il ballo, la povertà, la malaria, la diffusione di movimenti anticlericali e del socialismo, ma anche l’industrializzazione. A Vigevano nasce la Cascami Seta, nel 1872 Luigi e Pietro Bocca e Giuseppe Madonnini danno il via alla prima azienda per la produzione all’ingrosso di scarpe. Nelle campagne, dove il 60% dei contadini era “giornaliero” e dominavano le risaie, era endemica la malaria, che arrivava a colpire dal 30% all’80% di chi risiedeva nelle cascine, curata col chinino in condizioni igieniche e sanitarie precarie.

IL NOVECENTO Sotto la guida di mons. De Gaudenzi (1871-91) nasce nel frattempo la stampa cattolica, con “L’Opportuno” nel 1889, che diventa “L’Araldo” nel 1900 per volere di mons. Pietro Berruti (1899-1921): è durante il suo episcopato che lo scontro tra socialisti e cattolici si acuisce, la contrapposizione col sindaco socialista Ulisse Marazzani è netta. Nel 1904 si celebra il XIV sinodo diocesano, inizia l’apostolato di padre Pianzola, si inaugura il Negrone. Alla fine della prima guerra mondiale la divisione tra mondo cattolico e socialista diventa insanabile tra lo “Scioperone rosso” (a Ferrera muore un contadino) e i “fatti di Ottobiano” del 13 maggio 1920, quando i membri della Lega rossa attaccano due gruppi della Gioventù femminile cattolica e ne bruciano uno stendardo. Poco dopo è il fascismo che colpisce entrambe le parti, smantellando le leghe contadine e intimidendo la stampa rivale (copie de L’Araldo sono bruciate pubblicamente). Per la Diocesi, con la Lomellina tra i teatri principali del fascismo agrario e controllata dal ras Cesare Forni, tempi difficili: l’Azione Cattolica, finché può, è di fatto un vitale centro di formazione parallela, mentre le “pianzoline” conducono la loro missione tra le mondariso, quasi la metà provenienti da fuori (l’Icas, Istituto cattolico per l’azione sociale, arriverà ad assisterne 135399 nel 1930) contribuendo a migliorarne le condizioni. Nel frattempo mons. Angelo Scapardini (1922-37) finanzia la costruzione della parrocchia di San Giuseppe al Cascame (1935, la prima dal concilio di Trento), quartiere operaio, e il direttore de L’Araldo è convocato in Questura. Negli anni della guerra la Diocesi è retta da mons. Giovanni Bargiggia (1937-46); san Carlo Borromeo è proclamato co-patrono, si celebra il XV sinodo, nasce la parrocchia dell’Addolorata, il 26 aprile del 1945 Vigevano e Mortara sono libere dall’occupazione nazi-fascista. L’età del miracolo economico vede mons. Luigi Barbero (1952-71) nel ruolo di pastore: sono gli anni di Vigevano capitale della calzatura, ma anche dell’arrivo degli “immigrati”, che diventano tra il 25% e il 35% della popolazione in Lomellina. Nel 1956 è inaugurato il nuovo seminario, nel 1961 dei vandali profanano la chiesa della Morsella (la “Madonnina infranta”), nel frattempo don Comelli fonda Gioventù Studentesca.

OGGI Nell’epoca recente spetta a mons. Rossi (1971-1988) celebrare i 450 anni della Diocesi e avviare la causa di beatificazione di Teresio Olivelli, a lui succedono mons. Giovanni Locatelli (1988-2000) e mons. Claudio Baggini (2000-11), durante il cui episcopato avviene la prima visita di un pontefice, Benedetto XVI (2007). L’avvento del terzo millennio è fase di trasformazioni sociali, economiche, tecnologiche molto rapide che attraversano anche Vigevano e la Lomellina segnando il passaggio della prima a una fase post-industriale e della seconda ad area interna. E’ questo il contesto che affrontano anche mons. Vincenzo Di Mauro (2011-12), l’amministratore apostolico card. Dionigi Tettamanzi (2012-13) e l’attuale vescovo, mons. Maurizio Gervasoni (2013), che ha condotta la visita pastorale, portato a compimento il XIX sinodo sulle unità pastorali, avviato un ampio programma monumentale con il progetto Emblematico (sistemazione di museo del Tesoro, archivio diocesano, biblioteca, Duomo e, in concerto col Comune, di piazza Sant’Ambrogio) e ospitato la prima visita di un segretario di Stato della Santa Sede, il card. Pietro Parolin giunto a Vigevano nel 2022. Un percorso che mostra come l’istituzione ha saputo radicarsi nel territorio ed esserne autorevole protagonista, rappresentante, testimone.
Giuseppe Del Signore


