La situazione dei diversi stati che compongono il Medio oriente è sfaccettata e cambia rapidamente in un intreccio di rapporti di forza diversi. L’Araldo ha intervistato sul tema Marco Pinfari, docente del corso di Storia delle relazioni internazionali all’Università di Pavia ed esperto di quel territorio. Il tema principe è il conflitto tra Israele e Hamas, parte della più ampia questione israelo-palestinese, che dal 19 gennaio ha visto il cessate il fuoco con la stipula di una tregua in più fasi.
Qual è lo scenario?
«Era ormai nell’aria da diverse settimane, per vari motivi. Innanzitutto il conflitto era arrivato a uno di stallo, con Israele che aveva decapitato quasi interamente la leadership di Hamas, mentre era diventato impossibile pensare di raggiungere l’obiettivo di sradicare interamente il movimento dalla Striscia di Gaza (che peraltro appariva irrealistico fin da principio); mentre Hamas, con sempre meno ostaggi israeliani in vita, aveva a sua volta la necessità di accelerare i tempi per ottenere un ritiro almeno parziale delle forze israeliane. Credo che questi sviluppi segnino una svolta importante per la crisi nella regione; almeno nel breve periodo ci si aspetta una riduzione delle ostilità reciproche e – si spera – un miglioramento sia pur parziale delle condizioni di vita nella Striscia con la possibilità di far arrivare aiuti umanitari in zone così duramente colpite».
Il conflitto, però, sembra ancora lontano dal vedere una soluzione concreta e definitiva.
Manca prima di tutto una soluzione “politica” a quelle che sono le questioni poste da e in questo conflitto, a partire dal futuro governo della Striscia fino alla possibilità di implementare una soluzione di “due stati, due nazioni”.
Accanto a questo conflitto si pone un altro stato che, soprattutto per il recentissimo caso legato alla giornalista italiana Cecilia Sala, si è posto al centro del dibattito pubblico nazionale: l’Iran.
«Penso che si sia trattato del classico caso “da manuale” di ricatto diplomatico da parte dell’Iran, perpetrato immediatamente dopo l’arresto in Italia di Abedini (l’ingegnere iraniano arrestato dalle autorità italiane su richiesta di quelle statunitensi in quanto gli Stati Uniti lo ritengono una delle menti dello sviluppo dei droni persiani, ndr), l’impressione è che si sia risolta la crisi con uno scambio. A quanto si apprende, il materiale trovato in possesso di Abedini e prontamente condiviso con altri partner occidentali ha a sua volta avuto un ruolo nel convincere gli americani a non opporsi».
Ma la Repubblica Islamica in che condizioni si trova? In un anno di guerra il Crescente sciita – la mezzaluna di alleanze che legava all’Iran parte dell’Iraq, la Siria con gli alawiti di al-Assad, il Libano con Hezbollah, Hamas, che tuttavia è sunnita, e gli Houthi in Yemen – è andato in frantumi.
«La posizione dell’Iran nella regione è uscita fortemente indebolita dalle azioni israeliane contro la leadership di Hezbollah, che a sua volta hanno avuto un ruolo chiave nel portare alla caduta del regime di Assad in Siria, ma non credo ci sia una correlazione tra “il caso Sala” e la situazione del paese, non c’è interesse a inimicarsi un paese come l’Italia con il quale intrattiene storicamente buoni rapporti».

Il terzo paese al centro della cronaca estera è invece la Siria, dove la dinastia degli al-Assad è stata soppiantata.
«Il cambio di regime in Siria è avvenuto come conseguenza dell’indebolimento dell’asse filo-iraniano; la facilità con cui tale coalizione ha sconfitto il regime ha fatto intuire come la popolazione fosse stanca di una leadership isolata e di una crisi economica profonda. Anche per queste ragioni, al di là del fatto che Hay’at Tahrir ash-Sham è chiaramente un movimento di ispirazione islamista, al momento non è chiaro che forma avrà il futuro governo del paese».
Il cambio di regime sta anche facendo temere per il futuro delle minoranze etniche e religiose dell’area.
«La Siria è un paese piuttosto diversificato, ma allo stesso tempo non frammentato come l’Iraq. Tra i vari paesi mediorientali la Siria è forse tra quelli meglio “equipaggiati” per trovare soluzioni di ingegneria costituzionale che salvaguardino tale diversità».
Edoardo Casati

